Sicurezza
L’antica campana torna nella Pieve dopo il restauro
Ha oltre due secoli, in bronzo, è l’unica che ancora suona con la corda. Ci hanno lavorato un fabbro e un falegname
MONTELATERONE. Una piccola campana di bronzo continua a raccontare la storia della Pieve di Lamula, il luogo più misterioso e leggendario dell’Amiata grossetana. Tornerà al suo posto, dunque, ma non suonerà più insieme alle altre due, una delle tre campane del campanile del santuario della pieve di Lamula di Montelaterone, che i vigili del fuoco di Arcidosso tolsero dal suo posto un paio di anni or sono.
È la terza campana, questa, l’unica ad essere suonata a corda, perché le altre due, perfettamente funzionanti, sono elettrificate da tempo. Ma questa, un reperto storico fuso nel 1802, come si legge scritto in cima alla campana, continuava ad essere suonata a mano, tirando la corda dentro al campanile. Il supporto di legno però era tarlato e consumato e la campana rischiava di staccarsi.
Dopo che i vigili del fuoco di Arcidosso la tolsero col supporto e tutto, è rimasta accantonata fino a quando il consiglio parrocchiale affari economici di Montelaterone formato da Maurizio Colombini, Modesto Cassani, Giuseppe Bindi e Marco fedeli, col parroco Don Giovanni Zecca, non hanno deciso di rimetterla al suo posto, come «testimonianza storica – spiega don Giovanni –, pur senza suonare. Non appena sarà sistemata la isseranno nel campanile di Lamula i vigili del fuoco di Arcidosso a cui il consiglio ha chiesto supporto indispensabile».
Un’iniziativa che certamente sarà gradita alla popolazione, ma anche ai moltissimi appassionati che ultimamente hanno riscoperto il luogo, su cui si favoleggia sia a proposito di presenze templari sia di leggende legate al diavolino legato, fino a non molto tempo addietro, a un piede della Madonna e di cui la fonte del santuario mantiene il nome. Ma non solo. La campana, con la sua data, 1802, aggiunge un ulteriore tassello alla ricostruzione storica dei ripristini sulla chiesa. La campana di bronzo ha avuto bisogno di due interventi: il primo è stato del fabbro, Domenico Pii di Montegiovi, che ne ha curato i dettagli in ferro che agganciano la campana al suo ceppo e il mastro falegname Silvio Marchini, il quale spiega che «il travetto di sostegno a cui è agganciata la campana non era coevo al bronzo, perché la data impressa è 1954. Il nuovo sostegno, afferma Marchini, lo ho rifatto con le medesime torniture del precedente e diventerà un ottimo ceppo della campana, perché ho usato legno di acacia, molto elastico e che, credo e spero, potrebbe dare, nel caso si decidesse di suonarla qualche volta, anche un bel timbro. Inciderò anche sul ceppo la vecchia data 1954, a futura memoria».
La campana pesa circa 35 chilogrammi e reca impresso, in alto, l’anno della fusione, MDCCII, e ai lati mostra due bassorilievi: una croce palmata e una raffigurazione della Madonna col Bambino in gloria su una nuvola di angeli.
Insomma un’ulteriore testimonianza di quanto il santuario sia stato da secoli, caro alla popolazione e di come i restauri siano stati incalzanti.
Alcuni ricercatori, infatti, ipotizzano il ripristino principale della chiesa, quello della facciata e del campanile, sia avvenuto all’incirca verso il 1870.
E dunque questa piccola campana, datata 1801, sarebbe appartenuta al campanile precedente alla ricostruzione della seconda metà del 1800.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
