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Concordia, il processo va avanti con un unico imputato

Concordia, il processo va avanti con un unico imputato

Il teatro Moderno riaprirà i battenti il 7 ottobre: Schettino unico imputato dopo che la richiesta di 5 patteggiamenti è stata confermata dal giudice dell'udienza preliminare Pietro Molino

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Sembra un paradosso, ma a metà settembre 2013 tutta l'inchiesta svolta sul naufragio della Costa Concordia è destinata a ripartire da capo. Nel teatro Moderno che aprirà di nuovo i battenti come aula di giustizia, per il processo all'unico imputato rimasto, il comandante Francesco Schettino, dovranno essere ascoltati di nuovo i quattro esperti nominati l'anno passato dal gip Valeria Montesarchio: furono al centro del fuoco di fila delle difese nel corso dell'incidente probatorio, dovranno di nuovo rendere conto del loro operato (loro e dei loro ausiliari) davanti ai giudici del dibattimento.

La prima parte del processo a Schettino, conclusa a luglio 2013, ha infatti indotto il collegio a invertire il normale ordine di audizione e a sentire prima i consulenti dei testimoni. Il motivo? Alcune parti civili ma anche la difesa del comandante hanno insistito per far eseguire alcune perizie urgenti: porte stagne, oblò, pompe di sentina, ascensori. Malfunzionamenti che non hanno trovato risposta, secondo alcune parti, nelle risposte date nell'incidente probatorio. Il collegio ha così deciso di sentire subito Cavo Dragone, Carpinteri, Dalle Mese e Maestro: se ci sarà bisogno, saranno disposti nuovi accertamenti. Il prima possibile, visto che raddrizzamento e galleggiamento della Concordia potrebbero compromettere ulteriormente una situazione che chiaramente non può essere quella originaria.

Il processo comunque andrà avanti, con il calendario già fissato. E così dal 7 ottobre sarà la volta dei testimoni, a partire dai carabinieri del nucleo investigativo che avevano svolto le indagini: ci saranno tutti coloro che la notte del 13 gennaio avevano avuto un ruolo, in mare o a terra, soccorritori o naufraghi. C'è anche Domnica Cermotan in quell'elenco. Il processo andrà avanti con l'unico imputato, dopo che le altre posizioni sono state via via definite.

Con i patteggiamenti, con le oblazioni, con le archiviazioni. Decisioni che hanno sollevato non poche polemiche, perché ritenute troppo leggere, anche se le spese a carico di chi ha concordato la pena sono state quantificate dal gip in un totale che sfiora i 500mila euro. Hanno patteggiato il responsabile dell'Unità di crisi di Costa Crociere, Roberto Ferrarini (omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime), 2 anni e 10 mesi; l'hotel director della Concordia Manrico Giampedroni (idem), 2 anni e 6 mesi; l'ufficiale in plancia Ciro Ambrosio (naufragio colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni colpose plurime), 1 anno e 11 mesi; l'altro ufficiale Silvia Coronica (idem), 1 anno e 6 mesi; al timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin (idem), 1 anno e 8 mesi. Pena sospesa agli ultimi tre e non a Ferrarini e Giampedroni, che dovranno anche pagare le spese processuali ma che non rischiano il carcere (affidamento in prova la soluzione più verosimile). Nella stessa sentenza, il giudice ha riconosciuto alle parti civili le spese di costituzione: un totale di 490mila euro, comprese quelle agli enti locali e alle associazioni. Accettate anche le oblazioni dell'ufficiale Ciro Ambrosio e di Ferrarini relative alle contravvenzioni per la mancata collaborazione con l'autorità marittima (ciascuno 7.700 euro, più spese da 13mila solo per il primo).

Archiviazione per Manfred Unsprunger e Paolo Giacomo Parodi, altri dirigenti dell'unità di crisi della compagnia (limitatamente ad alcune imputazioni); per Salvatore Ursino, il cadetto in addestramento sulla Concordia; per Roberto Bosio, comandante in seconda che al momento dell'urto era in cabina libero dal servizio.

Oblazione salata chei non avrebbe collaborato in modo esauriente con l'autorità marittima o avrebbe dato false informazioni: Simone Canessa, il cartografo; Andrea Bongiovanni, ufficiale di coperta; lo stesso Unsprunger. Ciascuno pagherà 7.700 euro, Bongiovanni e Unsprunger hanno pagato anche le spese per l'incidente probatorio (in cui Canessa non era coinvolto) per un totale di 21.396 euro ciascuno.

Il procuratore capo Francesco Verusio e i suoi tre sostituti, Maria Navarro, Alessandro Leopizzi, Stefano Pizza hanno ripreso già da tempo la preparazione in vista del dibattimento. Il fascicolo lo conoscono a memoria, praticamente, con quelle sessantamila pagine che sono cresciute di udienza in udienza e che arrivano oggi a occupare 48 faldoni, zeppi di carte, foto, dvd. L'hanno visto e rivisto, ne hanno tratto spunto per le memorie via via presentate, si sono specializzati nei vari rami in cui l'inchiesta si è articolata. Anche i magistrati saranno presenti al raddrizzamento della nave, per verificare di persona cosa può avvenire. Finita l'emergenza del raddrizzamento, via di nuovo con il processo, dal 23 al 27 settembre solo per ascoltare gli esperti e il confronto con i consulenti delle parti.

Schettino, assistito dagli avvocati Pepe e Laino, è stato nel corso dell'estate a Talamone per vedere di ritrovare l'imbarcazione di salvataggio sulla quale il comandante aveva raggiunto la costa, volente o nolente. Per lui le accuse più gravi: sono quelle relative al naufragio, al comportamento colposo che aveva finito per causare la morte di 32 passeggeri, al danno ambientale, all'abbandono della nave. Un'accusa infamante, quest'ultima, per il comandante di una qualsiasi unità. Secondo le conclusioni della perizia, a Schettino sarebbero bastati 3 minuti per comprendere la gravità della situazione. Sarebbe stato già tardi alle 22, un quarto d'ora dopo l'impatto, avvenuto alle 21 45' 07. E il comandante non avrebbe detto subito la verità; anzi, avrebbe chiamato prima Costa invece che avvertire la capitaneria. Se si aggiunge il fatto che i suoi ordini non erano stati capiti subito dal pilota straniero, che le fasi conclusive della manovra vengono definite "fortuite" ("dal momento in cui il timone si blocca, la nave è di fatto ingovernabile", argomentano gli esperti), che il personale non risultava sufficientemente addestrato, che due scialuppe erano senza conducenti e risultavano avarie non segnalate, il quadro dipinto dai quattro esperti nominati dal gip Montesarchio è stato un vero e proprio atto di accusa nei confronti del comandante.

A Schettino sono state concesse pochissime attenuanti. Cavo Dragone, Carpinteri, Dalle Mese e Maestro (con i loro collaboratori) non hanno comunque risparmiato contestazioni alla compagnia di navigazione. Secondo la Procura, chi era al fianco del comandante non avrebbe tenuto un comportamento consono alla fase di emergenza: il tergiversare di Schettino, quel suo comunicare in modo parziale la gravità della situazione, i suoi colloqui con Ferrarini, avrebbero dovuto imporre agli altri ufficiali iniziative diverse, anche contro il rispetto della "catena" di comando, perché si trattava di cercare di salvare vite umane, non solo di portare in sicurezza la nave. "Après Dieu, le capitaine" recita eppure il vecchio motto della marina, a significare che solo Dio può scavalcare l'autorità del comandante su una nave: cosa mai potevano fare gli altri ufficiali? chiedono i difensori degli indagati, quando Schettino salito in plancia dalla sala dove stava consumando la cena aveva preso il reale comando della Concordia mentre il gigante del mare navigava a oltre 15 miglia dritto verso l'isola, dritto verso un destino inimmaginabile.

Tutta colpa di quel maledetto "inchino", di quel passaggio ravvicinato che Schettino avrebbe ordinato per accontentare il maitre Antonello Tievoli, gigliese di origine, per consentirgli di "salutare" i familiari. Un inchino che Costa ribadisce di non aver mai autorizzato, di cui la capitaneria di porto non era mai stata informata; una deviazione dalla rotta da Civitavecchia che Canessa avrebbe dovuto rifiutare, sempre secondo le ipotesi di indagine, in mancanza di una carta nautica sufficientemente dettagliata.

Le posizioni di tutti gli indagati sono state scandagliate nel corso dell'incidente probatorio discusso per una settimana dal 15 ottobre a Grosseto nell'insolito scenario di un luogo abbastanza grande come un teatro. Un appuntamento che - seppur svoltosi a porte chiuse - ha richiamato al pari dell'incidente l'attenzione dei media mondiali, perché a bordo di quella nave c'erano quattromila persone di varie nazionalità e tutte loro teoricamente avrebbero potuto essere presenti all'udienza. Un appuntamento che ha richiesto una lunga preparazione, con mesi di lavoro coordinato dal gip, con due proroghe richieste dal collegio di esperti per dare risposte alle 50 domande formulate.

A quanto è emerso in quella fase si devono però aggiungere le intercettazioni. Non tanto quelle ambientali delle prime ore dal disastro, captate nella sala di attesa del comando carabinieri di Orbetello dove Schettino attendeva di essere sottoposto a fermo, quanto quelle che la Procura ha fatto eseguire nei giorni successivi e che sono entrate negli atti di indagine solo poche settimane fa. Sono quelle - alla voce "Nuovi sviluppi investigativi" - che fanno ipotizzare un comportamento finalizzato ad alleggerire le contestazioni tecniche nei confronti di Costa, che è presente nel procedimento come parte offesa mentre la capitaneria è comparsa nel processo solo come consulente della Procura.

In una di quelle conversazioni al telefono, Roberto Ferrarini avrebbe stigmatizzato la condotta di capitaneria di porto e Rina, cioè l'organismo che rilascia la certificazione di idoneità alle navi, a proposito della chiusura e della apertura delle porte stagne durante la navigazione, perché in precedenza nessuno avrebbe mai mosso osservazioni e mai vi sarebbe stata una rigidità così accentuata. Viene chiamata in causa anche Fincantieri. Si parla dell'interesse comune nel fare "prove a mare finte". Viene citato il presunto interessamento di due politici.

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