Il Tirreno

Grosseto

Respinto il ricorso di Innocenti

di Pierluigi Sposato
Respinto il ricorso di Innocenti

L’imprenditore all’ergastolo per omicidio chiedeva l’annullamento dell’estensione del fallimento

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GROSSETO. Ha operato correttamente il Tribunale di Grosseto quando, prima nel 2004 e poi nel 2011-2012, ha esteso il fallimento della Sergio Innocenti & c sas a Francesco Innocenti, l'imprenditore arcidossino condannato all'ergastolo perché ritenuto l'assassino di Ausonio Coli, il commercialista portercolese curatore fallimentare che aveva chiesto proprio tale estensione.

Lo scrive la prima sezione civile della Corte di appello di Firenze (De Simone presidente, Mascagni relatore, Riccucci consigliere) che ha respinto il ricorso di Innocenti contro la curatela fallimentare; le motivazioni della sentenza sono state depositate pochi giorni fa, al termine dell'udienza tenutasi a luglio. In questa vicenda, le questioni civilistiche-fallimentari si intrecciano con quelle penali: perché il processo di primo grado in Corte di assise, come anche quello di appello, aveva sancito che il movente dell'omicidio fu proprio la decisione di Coli di estendere a Francesco il fallimento della ditta del padre (vendita di automobili). Quella stessa mattina - era l'8 marzo 2004 - a Francesco era stata notificata l'estensione; nel pomeriggio Innocenti aveva incontrato Coli nello studio di via Gramsci a Grosseto, dove era avvenuto il delitto. Innocenti, adesso detenuto nel carcere di Volterra, si è sempre dichiarato estraneo all'omicidio.

Il Tribunale aveva stabilito che Francesco era stato dichiarato fallito per aver acquistato la qualità di socio illimitatamente responsabile per aver compiuto atti di gestione; che non vi erano problemi di carattere temporale; che le testimonianze certificavano inequivocabilmente che Innocenti trattava la vendita di numerosi automezzi, impartendo direttive a un dipendente e definendo prezzi e modalità di pagamento. Francesco si era opposto sostenendo, tra l'altro, di essere un semplice dipendente e che aveva compiuto atti nella veste di addetto alle vendite.

La Corte di appello ha ritenuto corretta l'applicazione della normativa da parte del Tribunale, ritenendo di non accogliere le osservazioni della curatela. Ma ha anche dato torto su tutta la linea a Innocenti, sostenendo la genericità degli argomenti proposti e la mancanza di spiegazioni sulla presunta contraddittorietà delle osservazioni avanzate. «Innocenti non si è minimamente preoccupato di indicare quali prove testimoniali il Tribunale avrebbe mal valutato e da quali di tali prove, e per quali motivi, avrebbe dovuto risultare chiara la sua qualità di venditore e procacciatore di affari», scrivono i giudici fiorentini. «L'opponente mai era stato iscritto come dipendente nel libro matricola della società, mentre era sempre stato socio. La sentenza del Tribunale di Grosseto è dettagliatamente motivata e ciò anche nella parte in cui ha escluso il difetto di motivazione della sentenza di estensione del fallimento».

Bene ha operato il Tribunale quando ha considerato irrilevante la qualità di imprenditore commerciale e l'eventuale insolvenza; e Innocenti «non ha minimamente spiegato» perché gli atti da lui compiuti non dovrebbero rientrare nelle previsioni della normativa: «Ha solo affermato che era addetto alle vendite ma tale circostanza non è provata ed è smentita dalla assenza del nominativo dell'Innocenti nel libro matricola della società».

Infine, a proposito delle scadenze temporali, il Tribunale ha correttamente rilevato che «l'Innocenti non ha portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei lo scioglimento del rapporto con la società», non essendo sufficienti (ancorché conosciuti o conoscibili da terzi perché resi pubblici mediante il registro delle imprese) né «tali da influire sulla responsabilità illimitata di Francesco Innocenti» la messa in liquidazione in società del 12 giugno 2002 e la nomina dal novembre 2011 di Valeria Innocenti quale amministratore.

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