Sicurezza
«La letteratura? La scrivono gli ergastolani»
Alla vigilia del Festival, Marcello Baraghini presenta i “suoi” nuovi autori. Tra ricette e autobiografie di chi è dietro le sbarre
PITIGLIANO. «Più che celle sembravano tombe. L’aria sapeva di chiuso e di muffa. Mancava l’aria e la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo. La parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre e poi per completare l’opera una rete metallica fitta. L’acqua non era potabile e veniva giù marrone. Lì ho studiato per non impazzire».
Da qui Carmelo Musumeci, entrato in carcere nel 1991 con la seconda elementare e una condanna all’ergastolano in regime di 41 bis ostativo, si è laureato in filosofia ed è diventato scrittore. Ed è da posti come questo, da persone come Musumeci, che sgorga oggi, in Italia, la letteratura contemporanea. «L’unica degna oggi di questa definizione. Una parola nuova».
Ne è convinto Marcello Baraghini, l’editore “contro” di Stampa Alternativa, colui che da 45 anni rivendica un’editoria libera dai balzelli dell’intermediazione da editore a librario, dai mitici “Millelire” agli ebook gratuiti.
Alla letteratura degli ergastolani sottoposti al carcere duro Baraghini dedica un’intera sezione del Festival internazionale di letteratura resistente che si tiene domani e domenica a Pitigliano in piazza della Repubblica. Il festival, giunto alla 12ª edizione, quest’anno si intitola “Piazza libera tutti”. Ed proprio nella parola che trovano l’unico spiraglio di libertà gli “uomini ombra”, gli ergastolani ostativi.
«Gli ergastolani ostativi sono coloro che non possono beneficiare di premessi premio, di assegnazione del lavoro all’esterno o di misure alternative alla detenzione», spiega Baraghini. Una pena di morte in vita, «una condizione estrema che ti lascia solo due alternative: o pensi al suicidio o pensi al riscatto». E il riscatto avviene, appunto, attraverso la parola.
«Parole non di accademici – spiega Baraghini – ma di visionari. Un contenuto estremo rispetto alla banalità della letteratura contemporanea che trasuda testimonianza e riscatto. Un linguaggio che dirompe. Non c’è spreco di contenuti, non c’è passività, non ci si subordina alla banalità. Una letteratura estrema, radicale, agli antipodi dalla letteratura dei Baricco, dei Simi, di quei testi gnè gnè». Autobiografie ma anche romanzi, poesie, racconti: questo esce dal carcere duro. Nel 2012 Stampa Alternativa dà alle stampe la prima pubblicazione di letteratura di ergastolani, “Urla a bassa voce” a cura della giornalista Francesca De Carolis, con una prefazione di don Luigi Ciotti e l’illustrazione di copertina a cura di Vauro (Collana Eretica speciale) e testi di una trentina di ergastolani (tra cui il Musumeci citato all’inizio).
«Non diari – spiega De Carolis – ma autobiografie di persone che sono in carcere da 20, 30 anni. Quello che colpisce è che in carcere c’è molta scrittura ed è una scrittura vera, non un chiacchiericcio. Sono parole scritte col sangue. Non che tutti siano scrittori; ci sono sensibilità diverse. Però c’è un serbatoio che, oggi, non si trova altrove, nemmeno nelle carceri “normali”».
Il tema più frequentato è quale sia il senso della pena a cui sono sottoposti. Ma non l’unico. Perché in carcere non si scrive e basta. Si mangia anche. E proprio la cucina diventa occasione per altre parole, per ricette e per un prontuario per costruirsi gli utensili per pelare, miscelare, scaldare, sciacquare. Arnesi che nei ricettari non compaiono perché è scontato averli nella credenza. Ma per i detenuti no.
Da qui nasce “Cucinare in massima sicurezza” a cura di Matteo Guidi, scrittore che nel 2009 ha tenuto un laboratorio di scrittura di due settimane nel carcere di Spoleto. E ne è uscito con un manuale di cucina e di sopravvivenza scritto da detenuti di Spoleto e di altre carceri italiane, pubblicato quest’anno nella collana Nuovi Equilibri.
Dalla grappa del galeotto fatta usando forbici della Chicco, alla gallina alle bollicine da preparare usando una lametta da barba. «Dalla procedura spiegata vengono fuori particolari esilaranti ma anche agghiaccianti», spiega Guidi. «Come l’indicazione di far lievitare la pizza sulla tv: fa ridere, ma dice anche che la cella è fredda. E la stessa idea di doversi costruire gli arnesi con quello che viene concesso di tenere in cella dà da riflettere».
La cucina, come la scrittura, è per gli ergastolani un modo per rientrare in possesso di se stessi. Fare qualcosa per sé, applicare i consigli delle donne e adattarli alla condizione del carcere. Il risultato? «Fantastico. Una cucina regionale curata nei minimi sapori. Ho mangiato degli arancini a Spoleto che neanche a Catania».
Tanto che domenica si tenterà un esperimento culinario sulla base di queste indicazioni mentre per il prossimo anno Baraghini passerà dalla parola all’esperienza diretta rinchiudendosi in una cella sotto al palco da solo, senza contatto esterno, per tutta la durata della kermesse.
«L’Italia è l’unico Paese al mondo che mantiene l’ergastolo – spiega Baraghini – e io, che da 45 anni lotto per abbattere nei libri quello che chiamo il codice a sbarre, rivendico per gli ergastolani sottoposti al carcere duro di abbattere le loro sbarre».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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