Il Tirreno

Grosseto

vicini di letto in ospedale

Sergio ed Efrain, destino comune

Sergio ed Efrain, destino comune

Possibili incroci tra le due inchieste aperte in Procura

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GROSSETO. Erano quasi coetanei Sergio Fiorini ed Efrain Sarmiento Bermudez. In comune la passione per le armi. Dopo una vita vissuta “pedalando” onestamente ai due angoli del globo il destino li ha fatti incontrare sulla linea del traguardo. Per 4 giorni si sono tenuti compagnia in una bianca stanza di ospedale, vicini di letto nel reparto di malattie infettive, con la speranza di guarire, di tornare ad abbracciare – in piedi – figli e nipoti. Entrambi sono poi passati in terapia intensiva, entrambi sono morti - a distanza di due settimane l’uno dall’altro - in modo inatteso, lasciando ai familiari una serie di dubbi che chiarirà la magistratura. Presto è probabile che possano incrociarsi le inchieste sulle loro morti per omicidio colposo, affidate al momento al dottor Salvatore Ferraro e alla dottoressa Laura D’Amelio.     Sulle cronache la prima notizia resta il caso Fiorini, dove esiste l’ammissione di un errore da parte dell’Azienda sanitaria. La clamorosa coincidenza di un’altra morte, con tanto di denuncia all’autorità giudiziaria, ‘maturata’ proprio nel letto accanto a quello del Fiorini e del quale l’anziano cacciatore era stato di fatto testimone) apre però scenari nuovi.  Quando la sera dell’11 agosto il militare colombiano, quasi allo stremo per le sofferenze, dopo 21 giorni di degenza, viene trasferito in Utic, l’ultima persona che intravede – oltre ai familiari – è Sergio Fiorini. Efrain morirà qualche ora dopo.    «Noi – racconta la figlia Adry Janeth nel verbale ratificato alla Questura il 12 agosto, poche ore dopo la morte di Efrain – abbiamo avuto la sensazione che mio padre non sia stato curato. Non solo. Durante la degenza non riuscivamo ad avere nessuna notizia precisa in merito a come stesse. Andavamo ad elemosinarle, le notizie. Ero io che mi accorgevo della sua sofferenza. Il 27 luglio una dottoressa del reparto ci informava della necessità di operare mio padre a questi linfonodi (diagnosi compiuta al momento della dimissione da Massa Marittima - ndr) e che l’operazione comportava dei rischi. Due giorni dopo, il 29,  un’altra dottoressa ci informava che detta operazione non era tecnicamente possibile ma avrebbero effettuato altri accertamenti. Ritenevano che fosse necessaria una trasfusione di sangue e provvedevano ad adeguare la terapia. Nell’ultima settimana le sue condizioni sono oggettivamente peggiorate. I medici gli hanno fatto una broncoscopia. Il sabato (quello prima della morte – ndr) l’ho visto gonfiarsi, nelle braccia e sul viso. Facevo presente questa situazione e mi riferivano che era una cosa normale a causa del cortisone che prendeva».    

L’ultima trasfusione – stando a ciò che scrive il genero – il 78enne colombiano l’avrebbe ricevuta la sera della domenica prima della morte, quando gli furono somministrate due sacche di sangue. «Non vogliamo insinuare nulla – ribadisce Ilio Fabbri - e la nostra denuncia è finalizzata in primo luogo a conoscere la verità. Tuttavia, dopo aver letto sui giornali il modo in cui si è spento Sergio Fiorini, come possono non amplificarsi i dubbi che già avevamo espresso all’autorità giudiziaria il 12 agosto?».

Gabriele Baldanzi

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