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Caso Da Ponte: inventa accuse, detenuto indagato per calunnia

Caso Da Ponte: inventa accuse, detenuto indagato per calunnia

FIRENZE. Si era inventato tutto. Aveva raccontato di un riciclaggio di denaro in favore di un clan casalese finendo per coinvolgere ingiustamente alcune delle persone imputate nel processo Da Ponte e...

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FIRENZE. Si era inventato tutto. Aveva raccontato di un riciclaggio di denaro in favore di un clan casalese finendo per coinvolgere ingiustamente alcune delle persone imputate nel processo Da Ponte e mettendo di mezzo i Ros e la cancelleria della Procura; aveva spiegato di essere il vice-cassiere dell’organizzazione criminale e che c’era stato un passaggio di notizie riservate. Il tutto scrivendo dal carcere tre lettere. Alla prova dei fatti, nulla è risultato essere vero. I documenti che aveva erano stati ricavati da articoli di giornale; i fatti cui faceva riferimento non erano ancora avvenuti; e i riconoscimenti in foto delle persone con cui diceva di aver parlato erano falliti.

E così Massimo Amato, 37 anni, originario della Calabria e detenuto a Rebibbia, è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia in carcere per calunnia (nei confronti degli altri soggetti citati) e autocalunnia (nei confronti di se stesso - quando si era accusato di traffico di stupefacenti, ricettazione e riciclaggio). Il gip fiorentino Pezzuti ha accolto la richiesta dei pm Quattrocchi e Monferini, riconoscendo il pericolo di reiterazione del reato di calunnia, ma non quello di inquinamento delle prove, nulla importando che Amato sia già in carcere per altro motivo. Secondo l’ipotesi della Procura, Amato avrebbe calunniato Minunni, Della Corte, Terziantz, Bevilacqua, Aria, Tortorici (tutti nomi del fascicolo Da Ponte), raccontando nelle lettere di aver incontrato alcuni di loro per consegnare documenti del clan; di sapere che erano coinvolti in una presunta operazione di riciclaggio legata all’appalto Genius Mundi; di poter attribuire l’appartenenza al clan di alcuni di loro; di aver ricevuto intercettazioni da un affiliato a un clan mafioso; di aver ricevuto atti da un maresciallo dei Ros; di aver nascosto un dischetto sugli atti di indagine in un mobile della sua abitazione di Ciampino; di essere stato minacciato dai carabinieri. Dichiarazioni che avevano comportato l’apertura di un fascicolo. Ma nulla era risultato vero, nota il gip: sbagliati i luoghi di residenza indicati; non c’era denaro per l’appalto Genius Mundi; sbagliate le date degli incontri e delle intercettazioni (erano iniziate dopo); mai esistito un carabiniere di nome Salvatore al Ros di Firenze; nessun dischetto trovato nella perquisizione di casa sua; mai ricevute minacce da carabinieri che anzi erano stati invece spesso calunniati da lui.

Il gip è d’accordo con la Proicura quando questa sostiene che Amato abbia riferito «fatti non pertinenti, estranei ed eccentrici o del tutto inventati rispetto ai fatti per cui ha proceduto la Procura e di cui egli aveva tratto spunto da notizie giornalistiche da lui stesso occultate all’interno della cella ove era detenuto e di cui veniva trovato in possesso durante la perquisizione a suo carico».(p.s.)

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