Gioco
Lite per la fornitura di droga non pagata Poi sedici coltellate
Tre grandi pozze di sangue sul luogo del delitto In corso le analisi delle impronte digitali rimaste sull’arma
GROSSETO. Le coltellate sono state 16. E cinque di queste hanno colpito Kuco Klevis alla schiena. Nessuna ha colpito organi vitali, nemmeno quelle alla gola: in caso contrario, l’operaio albanese non avrebbe potuto stare al telefono per tutti quei minuti con l’amico cui aveva chiesto aiuto. Non sono stati letali nemmeno quei colpi che hanno finito per interessare i polmoni. La morte è avvenuta per dissanguamento: sangue perso in tre grandi pozze a poca distanza una dall’altra, mentre nel luogo in cui il giovane è stato trovato ormai senza vita non ce n’era molto. Lui dice di non aver voluto uccidere ma le 5 coltellate alla schiena pesano come macigni.
È stata ormai ricostruita nei dettagli dai carabinieri la vicenda che ha portato in carcere Mirko Fiorini, il 21enne grossetano sospettato di aver ucciso lo straniero con cui aveva rapporti per motivi di droga e con il quale aveva raggiunto in motorino la zona in fondo a via Giordania per un chiarimento. C’era da risolvere una questione per una fornitura non pagata: un debito, insomma. E la droga è stata comunque il filo rosso della notte di sangue: sia Klevis sia Fiorini (come da sue stesse ammissioni) avrebbero assunto sostanze stupefacenti poco prima, anche se diverse e di “peso” diverso. E la Procura adesso deve approfondire il presunto traffico di droga cui l’indagato ha fatto riferimento, citando anche i nomi di battesimo di alcune delle persone coinvolte.
«Mi deve dei soldi», era riuscito a dire al cellulare Kuco all’amico che stava correndo in soccorso da Castiglione della Pescaia, dopo aver ricevuto la telefonata. Era passata l’1, da un quarto d’ora o poco più. Chi è stato? «Un ragazzo nero, colorato», la risposta. E in effetti Fiorini ha un incarnato scuro. «Sono sotto il cavalcavia...». Già, ma quale? L’amico era andato in auto verso la Senese, sulla base delle indicazioni di Kuco. Ma non era quello il cavalcavia. Non era riuscito a trovarlo nemmeno il fratello del soccorritore. Una ricerca frenetica. Poi l’amico era andato al pronto soccorso e aveva trovato chi aveva accompagnato Fiorini a medicarsi le ferite. E’ da questi che aveva compreso che il cavalcavia era quello di via Giordania. Ma ormai erano le 3. Kuco da tempo aveva interrotto le conversazioni telefoniche, durate tra i venti e i trenta minuti: era morto praticamente stringendo il cellulare. L’amico aveva trovato il motorino e chiamato i carabinieri. Poco distante era stato trovato il cadavere dell’operaio.
Adesso è il momento delle analisi sul coltello, di cui Fiorini ha negato di essere proprietario: la Scientifica e i Ris si occuperanno di rilevare le impronte digitali e anche di capire attraverso esse come l’arma sia stata impugnata, in modo da stabilire una eventuale compatibilità con la tesi difensiva della legittima difesa. Una tesi che non convince gli investigatori. E che non convince nemmeno il giudice Marco Bilisari, che ha convalidato il fermo di Fiorini e che definisce «inconciliabili» le plurime ferite alla schiena con la necessità di difendersi. Il coltello sarebbe stato portato e brandito da Klevis, poi sarebbe finito nelle mani di Fiorini. Da escludere, secondo i carabinieri, la presenza di una terza persona: l’arrestato non avrebbe avuto motivo di farsi venire a prendere da un amico.
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