Il Tirreno

Grosseto

Il giudice dice no alla cura Stamina

di Paola Villani
Il giudice dice no alla cura Stamina

Due casi nella città del golfo. Protestano i genitori: «Non possiamo dare un futuro migliore ai nostri figli»

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FOLLONICA. «Lasciateci curare i nostri figli con il metodo Stamina». L’argomento è uno dei più scottanti degli ultimi anni, non solo per le polemiche, per i tribunali e per le opinioni contrastanti ma perché molto spesso coinvolge dei bambini affetti da patologie gravi. Per loro, quelle cure sono indispensabili. E tanti genitori, ogni giorno, sono costretti a combattere una vera e propria battaglia per dare i propri figli qualche speranza in più. Attraverso un metodo di cura, quello della Stamina Foundations Onlus, gruppo fondato nel 2009 che ha come presidente Davide Vannoni, diventato il portavoce della battaglia sulle staminali.

La fondazione ha condotto studi significativi nell’ambito della selezione, dell’espansione e dell’indirizzamento di cellule staminali adulte del midollo osseo. La metodologia adottata è al centro del dibattito nazionale e mondiale: tra contrari e favorevoli la questione è da mesi affossata in un limbo incomprensibile dal quale pare non se ne uscirà molto facilmente. Per chi vuole accedere a questa tipologia di cura il percorso è arduo e spesso, come in uno dei due casi follonichesi, l’accesso alla terapia viene bloccato sul nascere.

Debora Pastore ha un bambino di undici anni con ritardi medio lievi rispetto ai suoi coetanei. La vita di suo figlio non è in pericolo, ma un genitore vorrebbe che il suo bambino acquisisse sempre più capacità, anche solo per avere un’esistenza normale come tutte le altre persone. Così ha seguito l’iter previsto per accedere alle cure della fondazione rivolgendosi al giudice del lavoro di Grosseto per avere il consenso alla terapia. Ieri mattina il verdetto: il tribunale ha negato al figlio di Debora la possibilità di accedere alle cure perché «non è in pericolo di vita», come spiega la mamma. Ma la follonichese non ha intenzione di fermarsi di fronte a questo rifiuto: andrà avanti farà ricorso e continuerà a lottare perché, dice, «questo Stato non ci tutela». Come lei anche un’altra famiglia del golfo si trova a dover fare i conti con certificati e richieste varie, ma in questo caso la situazione è ben diversa.

Stefano Pecchia ha un bambino di sette anni affetto da paralisi cerebrale infantile, da tre anni il piccolo insieme ai suoi genitori è in terapia in un centro degli Stati Uniti: il metodo Doman, così si chiama il trattamento a cui viene sottoposto il bambino ha come principio di base quello di far fare gli esercizi di riabilitazione ai piccoli nel loro ambiente, a casa. I risultati, a quanto racconta Stefano sono evidenti, suo figlio adesso ha capacità che prima non aveva. Ma anche questa famiglia vorrebbe poter curare il piccolo con il metodo della Stamina Foundations. «Non riusciamo a capire come mai se si tratta di cure compassionevoli e quindi se non esistono problemi etici considerato che il trapianto avviene dallo stesso paziente - dicono - non lasciano la libertà a noi genitori di scegliere che cosa sia meglio per i nostri figli. È una situazione paradossale, chi è nella nostra situazione sa che i piccoli come il mio da quando nascono vengono affidati ai loro genitori senza sostegni».

Drammi che si incrociano nella città del golfo. Drammi che seguono strade diverse. Per Debora e per la sua bambina la cura con le staminali significherebbe una qualità della vita migliore. Per Stefano sarebbe la stessa cosa. Ma gli sopedali sono stati costretti a interrompere la sperimentazione. e ai genitori, anche ieri, non è rimasto altro che andare di fronte a Montecitorio a protestare per ottenere quello che vogliono: un futuro migliore per i propri bambini.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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