Il Tirreno

Grosseto

Truffa delle viti, prosciolto Martinelli

di Francesca Ferri
Truffa delle viti, prosciolto Martinelli

La Cassazione conferma l’innocenza dell’agronomo scansanese coinvolto in una maxindagine sui diritti di reimpianto

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SCANSANO. Non era affatto parte di quell’organizzazione criminale, anzi. Non solo ne era «strumento inconsapevole», ma addirittura vittima. Per questo il gip di Bari e la Cassazione hanno prosciolto l’agronomo scansanese Luca Martinelli dall’accusa di partecipazione e associazione per delinquere finalizzata alla truffa e a commettere reati di falso in atto pubblico. Un’accusa secondo la quale Martinelli avrebbe falsificato documenti per creare falsi diritti di reimpianto di vigneti per rivenderli e farne un guadagno illecito. Un’accusa che gli ha distrutto la vita, lo ha fatto passare per un criminale, privato della tranquillità familiare e ridotto sul lastrico.

«Tutto è cominciato il 13 aprile 2006, quando mi bussano alla porta nella casa di Monticello. Stavo dormendo, vado ad aprire insonnolito. Erano i carabinieri, mi hanno arrestato, ammanettato e portato in caserma», racconta l’agronomo. La voce è trepidante, le mani si contorcono, poi si lasciano per fermare nell'aria una parola chiave, poi aprono il faldone di documenti che descrivono la sua odissea.

L’ordine di arresto lo aveva dato la direzione distrettuale antimafia della procura di Bari, per lui e per altre tredici persone in tutta Italia, alcuni dei quali funzionari della Regione Puglia. Qual era il sospetto? Per capirlo bisogna fare un passo indietro al 1985, anno in cui in Italia si smettono di piantare nuovi vigneti. Da quel momento se vuoi piantare, mettiamo, un ettaro di vigna, devi trovare un contadino che si disfa di quella stessa superficie e ti vende il “diritto di reimpianto”.

A fine anni Novanta il fenomeno diventa una grossa bolla speculativa e i diritti di reimpianto diventano business. Martinelli, agronomo che proviene dalla terra del Morellino, fiuta l’affare e comincia a prendere contatti in diverse regioni con una rete di colleghi, agronomi, aziende vinicole. Nel 1996 sbarca in Sicilia, dove comincia ad acquistare quote. In breve si fa un nome e diventa il primo agronomo dello Stivale a fare dei diritti di reimpianto un’attività fiorente. Tanto che dalla Sicilia si sposta nelle Marche e in Puglia.

«Prima di andare avanti va chiarito che io non ero un mediatore, ma lavoravo per procura speciale. Quando trovavo un venditore di quote, contattavo i clienti, chiedevo se erano interessati all'acquisto e, se sì, mi facevo fare una procura speciale, che è un atto notarile, dove si stabiliva quante quote avrei comprato e a che prezzo». Questo lo pone anche al riparo della responsabilità civile e penale.

In Puglia Martinelli lavora con tre studi. «A mia insaputa, però, il terzo purtroppo era questa associazione a delinquere», spiega Luca. I problemi nascono quando le quote, acquistate per buone da Martinelli, si rivelano in realtà fittizie. Sono vere solo sulla carta, ma in realtà non derivano da alcuna dismissione di vigne. E quando i compratori se ne accorgono, danno la colpa a Martinelli. «Io per primo, però, sono stato truffato», si difende lui. «Pure io, infatti, per la mia azienda avevo comprato alcune di quelle quote».

L’agronomo finisce dunque nelle indagini, che durano dal 2001 al 2005. Dall’analisi della sua posizione non emergono «operazioni delittuose», scrivono gli investigatori. La perizia di un tecnico nominato dal tribunale sostiene però che Martinelli avrebbe guadagnato illegittimamente 2 miliardi di lire con le quote fasulle e ci si sarebbe comprato due poderi. «Ma sarebbe bastato fare una visura catastale dei miei beni per vedere che quei poderi li avevo comprati già prima e con regolari mutui», spiega Martinelli. Nella perizia però mancava la visura alla conservatoria dei registri immobiliari. «Incredibilmente», sostiene Martinelli. «E, come oggi sappiamo, non per mera omissione. Lì erano indicati infatti non solo gli atti di acquisto ma anche quelli di mutuo gravanti sugli immobili e le date del finanziamento». In una parola quella perizia sbagliata porta Martinelli in galera e i suoi beni vengono sequestrati.

L’agronomo scansanese è sul lastrico. La compagna, madre di suo figlio, non riesce a sopportare l'ansia della battaglia legale e se ne va. Martinelli perde tutto: libertà, reputazione, soldi. La sua volontà vacilla, entra nel tunnel della depressione. «Ma per il mio onore e per mio figlio non potevo darla vinta. Io devo pensare soprattutto al mio bambino».

Luca si rialza ma il percorso è tutto in salita. E deve bussare alle porte di sette studi legali prima di trovare un avvocato che abbia la stoffa per difenderlo in tribunale.

«Tutti mi dicevano di patteggiare – spiega l’agronomo – come avevano fatto gli altri imputati. Alcuni se la sono cavata perché il reato è stato prescritto. Ma io volevo andare fino in fondo. Non ci sto a passare per un delinquente».

L’unico che lo ascolta è un principe del foro, l’avvocato Carlo Taormina. «Gli bastò sfogliare l’ordine di custodia cautelare in carcere per dirmi: “Ma lei non ha fatto niente”». E infatti così ha sentenziato prima il gip del tribunale di Bari, Marco Guida, nel 2008, che ha prosciolto Martinelli da tutte le accuse «per non aver commesso il fatto». Poi la Cassazione, chiamata un anno dopo a rivedere la decisione del gip su ricorso della Procura, e che ha ritenuto il ricorso del pm «inammissibile».

«Ho deciso solo ora di rendere noto il mio completo proscioglimento – spiega Martinelli – perché, a distanza di quattro anni, nonostante la Cassazione abbia sentenziato che non ho commesso alcun reato, resta in piedi un procedimento civile nei miei confronti. Le mie terre sono state messe all’asta. E qualcuno dovrà spiegarmi perché». Il suo cammino verso la giustizia, insomma, non è ancora finito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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