Il Tirreno

Grosseto

Niente ospedale per il gigante-bambino

di Francesca Ferri
Niente ospedale per il gigante-bambino

A 14 anni soffre di schizofrenia e da giugno aspetta il ricovero. Ma la clinica che può curarlo ha una lista d’attesa di mesi

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GROSSETO. Troppo violento per essere ricoverato in pediatria; troppo piccolo per avere un letto insieme agli adulti nel reparto di neurologia; troppo poco “urgente” per essere subito curato nell’unica clinica toscana privata che fa il caso suo; troppo malato per poter essere solo sedato. Troppo “sbagliato” per “pretendere” di avere, a 14 anni, una vita dignitosa come tutti i ragazzini della sua età. O così pare sussurrargli in un orecchio il mondo quando lui grida aiuto.

Alberto – lo chiameremo così – è un gigante che porta dentro la sua corazza un bambino malato e bisognoso di assistenza. Ha 14 anni, pesa 105 chili, è alto un metro e 80 ed è schizofrenico. La sua malattia è l’eredità della sindrome di West, una rara e grave forma di epilessia che colpisce i bambini entro il primo anno di vita e che, se non curata, causa ritardo mentale.

Alberto fa di tutto per avere una vita normale. Va a scuola, gioca a calcio, usa il computer, guarda la tv. Ma la sua vita normale non lo è. E non solo a causa della malattia.

Tre anni fa – i lettori del Tirreno lo ricorderanno – Alberto fu vittima di un vergognoso gesto di intolleranza a scuola. Una lettera anonima, arrivata dopo alcuni screzi con i compagni e i loro genitori, lo apostrofava come «il figlio scemo», «un animale libero per la scuola che va rinchiuso come le bestie». La mamma denunciò tutto ai carabinieri che aprirono un’inchiesta. Da lì è iniziata una salita che oggi, dopo tre anni, sembra troppo ripida per essere percorsa.

«Mio figlio è peggiorato – spiega la mamma – è cresciuto, è aumentato di peso ed è diventato schizofrenico. La situazione ultimamente si è aggravata. Ha un ritardo mentale, ma certe cose le capisce. E quando un ragazzo così si sente apostrofato come “mostro”, scatta qualcosa dentro di lui».

Il ragazzo è seguito dall’Asl attraverso un neuropsichiatra infantile dedicato e un assistente sociale. La sua terapia prevede diversi farmaci da prendere al giorno e un consulto pressoché quotidiano con il medico. Ma Alberto ha bisogno di qualcosa di più: gli serve una clinica specializzata.

La madre racconta di un mese, l’ultimo, di calvario: ricoveri al pronto soccorso, carabinieri chiamati a tenere quel figlio che d’improvviso diventa aggressivo, una situazione ormai insostenibile. «A Grosseto – spiega la mamma – non lo ricoverano perché dicono che la struttura non è adatta e al pronto soccorso si limitano a sedarlo e a rimandarlo a casa. Ma non è di sonniferi che ha bisogno mio figlio: serve una cura, e che funzioni».

La famiglia, attraverso la Asl, ha fatto richiesta di ricovero del ragazzo nella clinica privata Stella Maris di Calambrone, in provincia di Livorno, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico specializzato in neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. È questa l’unica struttura in Toscana, accreditata con la Regione e il servizio sanitario nazionale, per trattare casi come quello di Alberto. Ma, a un mese dalla domanda e nonostante la sua cartella clinica parli chiaro, il ragazzo aspetta ancora.

«Per i casi acuti, se abbiamo una richiesta di ricovero urgente, lo gestiamo nel giro di qualche giorno», spiega il dottor Giuseppe De Vito, direttore sanitario della Stella Maris. «In questo caso, che non conosco direttamente, mi pare che ci si trovi davanti a una situazione di cronicità. E purtroppo per i casi non acuti abbiamo liste di attesa lunghe a volte di mesi».

Tutto ruota intorno ai cosiddetti “tetti”, un numero predefinito di ricoveri consentiti dalle risorse regionali per la sanità che, oltre un certo limite, non consentono ricoveri. «Il tetto è di circa ottocento all’anno ricoveri in tutta la Toscana – spiega De Vito – anche se noi, per una questione non solo sanitaria ma anche umana, arriviamo a 2.500 ricoveri. Nel 2012 sono stati 2.412, per l’esattezza. Va chiarito, però, che questo è un ospedale, non un istituto. La media del ricovero è di 8-12 giorni, poi si torna a casa».

La questione, insomma, torna sempre lì, sui costi della sanità. Che, per i pazienti più deboli, sono più amari della più amara medicina.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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