Sicurezza
La bottega di Lucio chiude i battenti lì è passata la storia
Nel laboratorio orafo di Parigi sono andati artisti e politici «I miei tre amori: la Maremma, Garibaldi e mia moglie»
GROSSETO. C’era sempre in giro la puzza acre delle bombe, ordigni sganciati dagli Alleati per piegare una Grosseto fiera e impaurita. Lui aveva già aperto la propria bottega artigiana (tra via Garibaldi e piazza Martiri d’Istia) e già in molti lo conoscevano. Oggi, quella stessa bottega chiude per sempre. Pittore, orafo, scultore: Lucio Parigi, classe 1926, è stato ed è un’istituzione della Maremma. Simbolo di una terra che l’ha coccolato e amato e che da lui è stata ricambiata con la stessa moneta. Ecco perché vedere vuoti quegli scaffali del laboratorio artigiano che ha accompagnato più di sessant’anni di vita grossetana mette nostalgia. Sì, perché Lucio Parigi, dopo un’infinita, brillante carriera, cessa la propria straordinaria attività.
Polo scura, bastone e immancabile orologio: quando lo incontriamo è insieme alla figlia Anna Maria (nel laboratorio dal ’79), a uno dei nipoti (Francesco) e alla moglie Franca, la compagna di una vita. Il Lucio grossetano (nato davanti alla chiesina di San Pietro, pieno corso Carducci) ci accoglie nei locali che sino a un paio di giorni fa ospitavano il laboratorio. Sorride, ci racconta gli inizi della carriera: «Fu Mariano, mio nonno, a trasmettermi la passione. I primi tempi lavoravo a Roccatederighi. Subito dopo la guerra arrivai a Grosseto, non c’erano orafi e si lavorava parecchio». Il discorso si interrompe, tanti i maremmani e gli amici fraterni che passano dalla bottega per salutarlo. Molti gli danno appuntamento per un caffè e rilanciano: «Avrai più tempo per dipingere da casa». Lui guarda, distende il volto in un sorriso e rassicura: «Certo!». La voglia di stupire, la vena artistica, c’è anche a 87 anni. «Il Tirreno? Lo conosco da quando si chiamava Telegrafo. Sai, feci una medaglia per Giuseppe Bandi (gavorranese, fondatore del Telegrafo, poi Tirreno, ndc)». Poi la discussione è ancora tutta dedicata alla Maremma, quella terra per cui Lucio cova un amore viscerale. «Amo questa terra, anche quando ero soldato pensavo sempre alla Maremma». Lo dice e si commuove mentre racconta le lotte partigiane, i momenti in cui fu ferito e i nazisti «Venivano per sgozzarmi, ma tenevo stretta la rivoltella e quando si avvicinavano non padellavo». Racconta anche della passione per il pugilato e di come riempì di botte l’americano che dava fastidio a una donna in piazza della Vasca, «gli diedi diverse legnate». Altri amici, abbracci, strette di mano e ricordi. Alla mente di Lucio e della figlia tornano le amicizie importanti, gli incontri, le foto e i ritratti che hanno segnato un’intera carriera. Su tutti Sandro Pertini: al presidente della Repubblica, che lo invitava per trascorrere alcuni attimi in amicizia a Roma, Lucio regalò più di una pipa. Ma è nell’ambiente artistico che Lucio si trova più a suo agio. Ecco dunque le amicizie con pittori del calibro di Renato Guttuso, Aligi Sassu ed Ernesto Treccani. Senza dimenticare il grande Luciano Bianciardi, scrittore e giornalista grossetano divenuto popolare grazie a La vita agra: «Giocava molto bene a calcio. Era un bell’attaccante, ci divertivamo a Campo Amiata». Trascorrono i minuti, al centro della discussione ancora il Risorgimento, la Costituzione «La più bella che esista, non va toccata, l’ha fatta gente che ha sofferto» e la politica moderna: da Giuseppe Mazzini a Ettore Socci (“Un grande”), passando per Giovanni Spadolini (“Non passava neppure dalla porta da quanto era grosso”), Renato Pollini (“ci ho fatto le elementari insieme”) e Giuseppe Garibaldi: «È stato il mio amore, il più grande italiano dal 1860 in poi». Un consiglio ai commercianti più giovani? «Datevi da fare: il momento è difficile, ma il lavoro è l’unica cosa che salva la nazione». Da domani in città ci sarà una bottega in meno. E non una qualsiasi.
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