Il Tirreno

Grosseto

Casse a secco anche per giornali e caffè

di Elisabetta Giorgi
Casse a secco anche per giornali e caffè

Il Comune non ha soldi per pagare i fornitori. Aspetta d’incassare l’Imu e ha dovuto chiedere un prestito da 7 milioni

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GROSSETO. I giornali non pagati, i buoni pasto e i caffè non saldati. Il Comune di Grosseto è in crisi di liquidità. Dopo aver pagato - nel 2013 - 5 milioni di euro per fatture del 2012 (notizia giustamente e fieramente rivendicata dall’assessore tre mesi fa), si ritrova ora le casse a secco. Riesce con difficoltà a pagare i fornitori e a far fronte alle spese correnti - dalle riviste alla cancelleria - e in attesa di riscuotere i tributi (Imu, Tares) ha chiesto a Casse Depositi e prestiti un’iniezione di liquidità: 7 milioni di euro. Il prestito da Roma potrebbe imprimere una sterzata ai problemi di risorse dell’ente municipale, anche se non è detto - vista l’enorme mole di richieste proveniente da tutta Italia - se e in quale forma questi fondi al capoluogo maremmano arriveranno davvero. Il blocco dei pagamenti si respira palpabile da settimane, tra gli imprenditori che vantano crediti dal municipio.

L’edicolante infuriato. Un edicolante di Grosseto per esempio, che per tutto il 2012 e parte del 2013 ha fornito i quotidiani al Comune, non riesce a riscuotere due fatture. È in credito di 1070 euro per il pacco dei giornali consegnati (anche fisicamente, in piazza Dante) tutti i giorni di febbraio 2013 (totale 565,40 euro) e marzo 2013 (504,90 euro). «Non è la prima volta che succede - spiega lui - Capitò anche l’anno scorso: la prima volta bloccai temporaneamente la fornitura al Comune, poi la ripresi. Ma quest’anno riscuotere sembra diventato impossibile». Tra l’altro la modalità non pareva affatto svantaggiosa all’ente pubblico. «A giugno 2012 concordai con l’ufficio economato del Comune un pagamento a 45 giorni». Dopo un’annata altalenante (2012), l’inizio 2013 è stato più o meno regolare: a gennaio il Comune ha pagato normalmente i giornali, ma poi... «Succede che per la fattura di febbraio, scaduta a metà aprile, non vedo nessun soldo e sollecito il pagamento - prosegue l’edicolante - In Comune la dipendente mi spiega che le fatture sono ferme perché non ci sono soldi e che gli uffici aspettano di riscuotere l’Imu». L’edicolante protesta. «Devo pagare il Comune per riavere dal Comune i miei soldi? - sbotta - Sono io che devo finanziarmi il lavoro già svolto? Ma perché l’ente pubblico non si assicura in anticipo di avere in cassa i soldi, prima di appaltare il servizio? Sto riflettendo su quale strada prendere per riavere i soldi delle mie fatture, e voglio capire come possa un ente pubblico svincolarsi dall’obbligatorietà delle scadenze dei pagamenti» (scadenze che tra l’altro, il 1º di gennaio 2013, sono diventate a 30 giorni). Intanto il commerciante ha terminato la sua fornitura d’appalto al Comune, e ha deciso di non partecipare più alla nuova gara: dal 1º aprile ha lasciato posto a un collega.

Il barista sconsolato. Secondo un barista, che vanta pure lui un credito per caffè e buoni pasto già abbondantemente consumati dagli impiegati durante l’anno, il pianeta si è rovesciato. «Pensate com’è cambiato il mondo: un tempo un rappresentante del Comune o della Provincia aveva le porte spalancate, e per noi avere come cliente un ente pubblico era una garanzia; oggi non più. Con la crisi degli enti locali, se viene da noi un funzionario pubblico, non sappiamo più se e quando potrà rimborsarci i buoni pasto. E tentenniamo nel fargli credito».

Il Comune speranzoso. In Comune la dipendente Paola Torselli, che ha gestito la pratica dell’edicolante, ammette: è vero, siamo in difficoltà. «Siamo a secco perché a gennaio e febbraio abbiamo saldato tutte le spese del 2012, e dall’inizio del 2013 non abbiamo entrate di nessun tipo: l’edilizia è ferma, i primi tributi entreranno a luglio con l’acconto Tares; sull’Imu siamo in attesa del decreto che dovrebbe formalizzare la sospensione del pagamento a giugno. Capisco le rimostranze; è vero, ci siamo fermati sulle spese correnti, ma non è mica un blocco che dura da mesi...». Sarà pure “poco tempo”; fatto sta che il Comune ha cercato una boccata d’ossigeno a Roma, e chiesto 7 milioni di euro a Casse Depositi e prestiti, da cui - però - non è detto che i soldi arrivino, perché loro - a loro volta - hanno un boom di domande dagli enti pubblici (circa 1500) esorbitante. E intanto nei confronti del Comune si apre l’ipotesi della tutela giudiziaria dei diritti di credito da parte dei fornitori insoddisfatti, mediante la via dei decreti ingiuntivi e l’eventuale esecuzione; quest’ultima con un iter più complesso (trattandosi di ente pubblico) di quello nei confronti dei privati.

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