Il Tirreno

Grosseto

Dagli uffici alla catena per tenere aperto

di Francesca Gori
Dagli uffici alla catena per tenere aperto

La scelta di chi ha continuato a lavorare: «Non siamo qui per Barontini, ma per garantire un futuro all’azienda»

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GROSSETO. Roberta è un tecnico del commerciale ma ha imparato anche a disegnare e mandare la macchina del taglio. Lei è una delle lavoratrici che ha deciso, a settembre, di continuare ad entrare in fabbrica, tutte le mattine e mandare avanti la produzione. «Eppure ci siamo sentite a lungo dipendenti di serie B - dicono - che non hanno meritato la considerazione delle istituzioni e le solidarietà della città». Ieri mattina, prima il sindaco Emilio Bonifazi e poi il presidente della Provincia Leonardo Marras sono andati a trovarle in azienda. «Glielo abbiamo chiesto noi - dice Valentina Carobbi, rappresentante dei lavoratori della Cisl - perché non eravamo presenti all’incontro di giovedì sera e anche noi avevamo diritto a parlare con le istituzioni. È in ballo il nostro futuro». È proprio futuro la parola che loro ripetono più spesso. «Noi non difendiamo Barontini - dicono - ma difendiamo noi stesse e il nostro posto di lavoro. Difendiamo la nostra professionalità e i nostri clienti». Tanti ordinativi sono stati annullati. «Ma ce ne sono ancora tanti di clienti che ci chiamano e ci chiedono di andare avanti - dice Roberta Pinotti - che ci incitano proprio per la qualità del prodotto». Roberta lavora nel settore commerciale, ed è lei, spesso, a parlare con chi vuole gli abiti Mabro. «C’è rimasto un po’ di su misura da cucire - dice - e qua ci siamo arrangiate. Ci sono le caposezioni, ma non ci sono i lavoratori della catena. Ci siamo arrangiate, abbiamo imparato anche a tagliare per mandare avanti la produzione».

Una scelta differente dalle loro colleghe che sono fuori dai cancelli a protestare e che hanno alzato la voce in questi giorni. «Ma l’obiettivo è lo stesso - dicono in coro. L’unica cosa che cambia tra noi e loro è il metodo. D’altra parte, l’accordo che i sindacati erano riusciti a portare indietro era un accordo condiviso di Cgil, Cisl e Uil». All’assemblea, però, quel piano che prevedeva la richiesta di Prodi bis entro il 30 giugno non è stato votato da parte di oltre ottanta lavoratori. La maggioranza.

A Firenze, sul tavolo della Regione, le carte non sono state cambiate. «Anche noi vogliamo che questa situazione si sblocchi e vogliamo ovviamente continuare a lavorare - spiegano - ricominciando a prendere i nostri soldi. Ma se alla fine grazie anche ai pochi clienti mantenuti la nostra fabbrica resterà aperta, allora vorrà dire che questo sacrificio è servito a qualcosa».

Senza mettersi contro chi ha deciso di restare fuori, nonostante che in cinquantanove abbiano inviato una lettera al prefetto per denunciare la tensione che si respirava nei giorni scorsi in fabbrica. «Lo ripetiamo - dicono - il nostro obiettivo è lo stesso».

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