Il Tirreno

Grosseto

«Ho avuto paura che mi uccidessero»

Il racconto della commessa del negozio “Vino sfuso”: «Rapinatori feroci, sembravano bestie»

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GROSSETO. Ha le labbra tumefatte, gli zigomi gonfi, segno di una brutalità e di una ferocia inaudita: altri lividi sono nel braccio sinistro. Ci accoglie nel suo salotto ancora sotto choc Vilma Magnani, 62 anni, commessa grossetana del negozio “Vino sfuso” di via Ansedonia che due giorni fa è stata rapinata nel negozio. Erano in due: uno di loro l’ha aggredita, picchiata, massacrata di botte, l’altro controllava che non entrasse nessuno. La signora - carattere mite, solare e disponibile - è finita all'ospedale: ci è stata dalla mattina alla sera poi è stata dimessa. Più forte dei lividi è il terrore. «Ho pensato di morire», racconta lei nel divano con espressione trasfigurata dalla sofferenza. «Ho visto la morte in faccia. La realtà è questa: che noi commesse, qua a Grosseto, abbiamo paura, e non passa giorno che non dobbiamo fare i conti con questa gente qua...». A colpirla è stata la ferocia. «Erano due bestie, per strapparmi il ciondolo mi hanno picchiata a più non posso». Alle 9 di mercoledì il negozio è già aperto da mezz’ora: alcune persone sono state servite. A un certo punto entrano in due, con abiti sportivi. «E già a una prima occhiata mi garbano poco. Nel giro di un attimo mi fanno una brutta impressione. “Gentaccia”, penso tra me e me». Il negozio ha due stanze; loro si fermano nella prima, quella di fronte a uno dei due ingressi dove non è la cassa. «Mi chiedono bottiglie: “Hai vino?”, ma siccome io per prenderle devo andare in un’altra stanza lasciando scoperta la cassa, non mi fido e mi fermo lì nel mezzo». È un attimo. La signora non fa in tempo a chiedere «che vino volete», che parte un pugno: a sferrarlo è uno dei due, lo stesso che continuerà a picchiarla selvaggiamente, senza mai dire una parola, concentrato nella sua violenza, mentre l’altro - per controllare che non arrivi nessuno - tiene sott’occhio la porta. È un’escalation. Uno, due, tre cazzotti. Un’aggressione brutale: la donna cade in terra. «Mi faccio male alla spina dorsale dove tra l’altro ho già problemi per conto mio. Nel cadere però faccio in tempo a strappare un po’ di capelli all’aggressore», gli stessi che le restano in mano (e da lì passano ai carabinieri). I malviventi puntano alla collana. «Hanno preso il collier della mia povera mamma, d’oro. Volevano quello. Mio babbo lo pagò 800mila lire, ma a parte questo il valore è affettivo». La donna tenta di difenderlo proprio perché pensa a sua madre, «ma a forza di sentire i “tironi” al collo mi sono convinta che i ladri avessero un coltello e mi potessero sgozzare. La sensazione è quella di essere uccisa, così li lascio fare». Ora Vilma vuole dimenticare, anche se restano dolore e rabbia.

Gli stessi del suo titolare Luca Ferrini, che quando è avvenuta la rapina era nell’altro negozio ed è corso subito. «I rapinatori erano appena andati via, mi sono messo a cercarli. Non si può trattare una donna così».

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