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«Noi coltiviamo la canapa ma non siamo criminali»

«Noi coltiviamo la canapa ma non siamo criminali»

SANTA FIORA. «Abbiamo un’immagine di rispettabilità da tutelare, soprattutto in una piccola comunità come la nostra, e continueremo a difenderla andando fino in Cassazione e, se necessario, anche...

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SANTA FIORA. «Abbiamo un’immagine di rispettabilità da tutelare, soprattutto in una piccola comunità come la nostra, e continueremo a difenderla andando fino in Cassazione e, se necessario, anche alla Corte di Strasburgo. Non siamo né tossicodipendenti né criminali». Si sfoga così, dalla sua abitazione nel bosco di Case Danti alla Selva, Giancarlo Cecconi (nella foto), romano ma ormai amiatino da oltre 25 anni e portavoce dell’Ascia (Associazione per la sensibilizzazione della canapa indiana autoprodotta). La Corte di Appello di Firenze lo ha appena condannato per coltivazione di piante di canapa indiana, un fatto che risale al 2007 quando Cecconi viveva a Case Danti con altre famiglie in una comunità che si ispirava ai nativi d’America e che prevedeva il consumo rituale e ricreativo di canapa. Una sentenza di condanna giudicata contraddittoria da Cecconi, ma al tempo stesso indicativa di un cambiamento di clima in corso. «Se il processo ci fosse stato anche solo due o tre anni fa la pena sarebbe stata ben più pesante – spiega Cecconi – ma ormai siamo all’assurdo: gli stessi giudici in qualche modo riconoscono che a chi coltiva canapa non possono certo dargli cento frustrate in piazza ma almeno un bello scappellotto non glielo toglie nessuno». Fuor di metafora la condanna per Cecconi è stata di cinque mesi e 1300 euro di multa oltre alla non menzione ma, assicura, «ricorrerò contro questa condanna in Cassazione e andrò fino a Strasburgo. Comunque la condanna alla pena minima perché il reato di coltivazione è pur sempre un reato in base alla legge attuale (la Fini-Giovanardi, ndc) significa che la nostra immagine ne esce pulita». Cecconi parla ancora al plurale ma la comunità di Case Danti si è nel frattempo sciolta, di quell’esperienza è rimasto solo Cecconi con la moglie ma lui non molla e non ha smesso di portare avanti quella che definisce «una battaglia di dignità e di libertà»”. Usando soprattutto il web come cassa di risonanza del proprio movimento. «Ho mandato – spiega al Tirreno - la newsletter Legalizziamolacanapa.org con la notizia di questa condanna anche alla Corte di Appello di Firenze e a tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle e di Sel per continuare l’azione di pressione a livello politico e mediatico». In questo iter con la giustizia Cecconi è assistito dall’avvocato Carlo Alberto Zaina del foro di Rimini, un esperto in materia di stupefacenti. «Molto dipende – contesta Cecconi – dal coraggio dei singoli giudici. Per un caso a Ferrara - il patrocinante era lo stesso Zaina - c’è stata di recente un’assoluzione, quindi tra i giudici regna la più totale confusione su come procedere. Tutto ciò malgrado ogni giorno in Italia, a fronte di carceri strapiene e invivibili, ci siano dai 5 ai 10 arresti solo per reati di coltivazione di canapa».

Sara Landi

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