Attenzione
Smascherata dalla prova del dna
Nigeriana aveva fatto credere a un maremmano di essere il padre di sua figlia
È servito l’esame del dna, con esumazione del corpo di un uomo morto nel 2007, per stabilire se quella bambina era sua figlia, come aveva scritto lui stesso nel testamento rendendola erede dopo averla riconosciuta. Un esame negativo, che ha scoperto la bugia raccontata da una donna nigeriana. Che all’uomo, con il quale aveva avuto una relazione sentimentale, aveva fatto credere di esserne il padre.
Il collegio del Tribunale (relatore il giudice Giulia Conte) ha accolto il ricorso di tre parenti dell’uomo, abitante nell’entroterra maremmano, che assistiti dall’avvocato Marco Cutini avevano impugnato il testamento. Di fronte al dna (che ha escluso anche che il padre fosse l’uomo che la nigeriana aveva sposato in seguito nelle Marche - anche lui aveva fatto credere di essere il padre), la donna ha confessato candidamente di essersi inventata tutto. Così il giudice ha concluso che «il complessivo quadro probatorio porta a ritenere che il testatore si è determinato a redigere il testamento in favore della bambina proprio perché riteneva fosse sua figlia» e che «appare paradossale la pretesa di riconoscere autonomia a un sentimento comunque determinato inequivocabilmente dall'errato presupposto del rapporto di filiazione». E non è provato che l’uomo sapesse del matrimonio nelle Marche. «Vi sono tutti gli elementi per affermare che se al momento della redazione del testamento avesse saputo che in realtà la bambina non era figlia sua, giammai l'avrebbe beneficiata».
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