Il dolore
«Una città allo stremo e la politica è assente»
Don Enzo Capitani, direttore della Caritas, fotografa il momento delicato: «Nel mese di marzo distribuiti 1000 pasti gratis in più dell’anno scorso»
GROSSETO. Tremila pasti gratuiti distribuiti nel mese di marzo, un anno fa furono mille in meno. I numeri non dicono tutto. Ma quando i numeri sono persone, allora è allarme sociale.
Nel suo piccolo ufficio nella sede della Caritas, il direttore don Enzo Capitani, sepolto dai fogli, il telefonino unica piccola concessione alla tecnologia, disegna un quadro drammatico per la città e la Maremma. Eppure qualche problema a Grosseto, nel tempo, l’ha affrontato: c’era lui in prima linea alla fine degli anni ’70 quando la tossicodipendenza era un flagello, la città era la prima del Paese per la percentuale di consumatori di eroina, e la disoccupazione aveva cifre da Italia del Sud.
«Ma la situazione adesso è peggiore di allora, purtroppo. Lo dico dal mio osservatorio particolare. La città è economicamente al collasso, siamo all’allarme rosso. E la politica è assente, osserva e basta, tenendoci tutti sull’orlo del baratro. E quel che è peggio è che ogni giorno nuove famiglie superano la soglia della povertà: i miei dati parlano chiaro».
In un anno di Caritas cosa è cambiato?
«Aumentano le persone in difficoltà. E fra queste ci sono anche tante che mai ti saresti aspettato a fare la fila per un piatto di minestra calda. Dal marzo dell’anno scorso al marzo di quest’anno abbiamo distribuito mille pasti in più. Credo che vadano date in fretta delle risposte, perché l’emergenza economica rischia di diventare anche un problema di ordine pubblico. Parliamoci chiaro, in un tessuto sociale già lacerato, ci dobbiamo aspettare che ci sia chi pensa esclusivamente alla propria sussistenza. E da qui tutto può succedere».
I segnali ci sono già.
«Ci sono, è vero. Però permettimi di dire due cose, senza voler offendere la sensibilità di nessuno, sia chiaro. 1) Smettiamola di fare un “Romanzo criminale” cittadino, realizzando mappe con le bandierine dove sono avvenuti i furti e le rapine. Questo non favorisce la ricomposizione del tessuto sociale. Insomma, non si risolvono così i problemi. 2) Non facciamo passare per beneficenza il fatto di vendere il pane del giorno prima a metà prezzo. È una lecita scelta commerciale, che in un momento così è comprensibile, ma non chiamiamola in altro modo».
E quindi cosa si può fare?
«Bisogna mettere in atto pratiche e politiche di coesione e avvicinamento fra le persone. Noi, come Caritas, stiamo facendo il possibile, con tre progetti che stanno dando buoni risultati, per le famiglie, per le persone. Non è assistenza e basta, cerchiamo di dare un’opportunità a chi ha ancora un piccolo appiglio sul quale ricostruire un’esistenza. Purtroppo c’è anche chi ha perso anche quello».
Cosa state facendo?
«Il progetto principale si chiama Famiglia solidale, per chi è sotto sfratto o in mezzo alla strada. La Chiesa ha messo a disposizione i 4 alloggi che ha per ospitare altrettanti nuclei in modo temporaneo. A loro affianchiamo altre sei famiglie, che non hanno problemi, che accompagnano quelle in difficoltà. In questo modo fra loro nasce un’amicizia, un rapporto basato sulla fiducia, si ricrea una vita sociale. Siamo partiti da sei mesi e già due famiglie si sono reinserite».
E gli altri due progetti?
«Uno si chiama Credito della speranza: microprestiti destinati alle famiglie, fino a 6000 euro, ma anche a chi vuole intraprendere un’attività, arrivando fino a 25mila. L’anno scorso un grossetano, grazie a noi, ha aperto una pizzeria. Li eroga un istituto bancario con le garanzie di un fondo della Cei. Non è assistenza, è dare una possibilità per ritrovare la dignità di vivere: la nostra logica e questa. E poi c’è l’Emporio della solidarietà, realizzato grazie alla Casa di Mamre. Un tempo davamo i pacchi viveri, ora abbiamo pensato di realizzare un vero e proprio negozio dove chi è in difficoltà può fare la spesa, scegliendo solo ciò di cui ha bisogno. E noi li assistiamo, li rieduchiamo a comprare, proviamo a dar loro un nuovo stile di vita».
Ma tutto questo basta?
«No, non basta. Perché ci vorrebbe la politica, ci vorrebbero scelte, decisioni. Invece la città ha ripreso a dormire. Con i tecnici, penso alle persone del Coeso, lavoriamo bene, ma manca totalmente la regia dall’alto, mancano quei segnali forti che sono necessari quando il tessuto socio-economico è allo stremo, come adesso. E poi si meravigliano che la società civile, come la chiamano loro, si allontana dalla politica».
Anche il progetto del dormitorio è fallito.
«Chiarisco: io il dormitorio non lo voglio. Non serve a nulla. Per i senzatetto 10-15 posti letto bastano e avanzano. In città serve una struttura che dia accoglienza, non un luogo di assistenza. Serve un luogo vivibile, con laboratori, centri di ascolto, iniziative, un centro diurno dove ci siano relazioni fra persone. La Chiesa aveva anche comprato il terreno ma il Regolamento urbanistico non consente di farlo. Che facciamo, ci piantiamo i carciofi?»
@guifiorini
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