Italia
Piano venatorio, quattro ricorsi al Tar
Altrettante aziende faunistiche si sono rivolte al tribunale per l’annullamento. In fermento anche le associazioni
GROSSETO. Il nuovo piano faunistico venatorio della Provincia di Grosseto, adottato i primi d'agosto dal consiglio provinciale dopo nove mesi di incontri, riunioni e polemiche - poi di nuovo osservato e integrato in autunno, infine approvato all'unanimità alla vigilia di Natale - continua a far discutere.
Il presidente Leonardo Marras (titolare della delega alla caccia) l'aveva definito un «Piano innovativo rispetto agli strumenti di pianificazione del passato, dal punto di vista del rapporto con gli istituti pubblici e privati, e in particolare, del ruolo delle aziende faunistico venatorie».
Non tutti, però, la pensano così. Prima le contestazioni di Cpa, Libera Caccia e Urca, adesso quattro ricorsi al Tar della Toscana, promossi da titolari di aziende che si ritengono danneggiate dal nuovo Pfv.
Si tratta di Ottavio Lucifero (direttore concessionario dell'azienda Punta Ala), Filippo Corsini (direttore dell'azienda Marsiliana), Ricciardo D'Ardia (direttore dell'azienda Monte Bottigli) e Alfonso Maria La Greca (direttore dell'azienda Stribugliano), i quali chiedono l'annullamento della delibera di consiglio del 20 dicembre scorso (con cui fu approvato il Pfv) proprio in riferimento ai criteri di delimitazione delle aziende faunistico venatorie.
Nei giorni scorsi la Provincia, valutati i motivi dei quattro ricorsi presentati, ha deliberato di costituirsi in giudizio e resistere di fronte al Tar attraverso gli avvocati Stefania Sorrenti e Chiara Canuti.
Ma non finisce qui. Sempre sul nuovo piano faunistico venatorio della Provincia di Grosseto è attesa nei prossimi giorni una conferenza-stampa annunciata come “esplosiva” da parte di movimenti e associazioni venatorie, nel corso della quale verranno riassunti tutti gli errori commessi nella fase procedurale e le criticità inerenti i contenuti.
Il Pfv 2012-2017, per quanto riguarda il cinghiale, introduce due novità sostanziali per migliorarne la gestione: la revisione delle aree vocate con l'abolizione delle aree di influenza e la definizione di linee di gestione diverse per le aree vocate e non vocate: nelle prime sarà consentita una densità compatibile con le varie tipologie ambientali, mentre nelle seconde si dovrà tendere all'eradicazione del cinghiale con tutti i metodi a disposizione.
Sulle aziende faunistico venatorie è stato stabilito un limite massimo di superficie aziendale di aree boscate e un limite massimo di superficie per ogni afv (1.000 ettari, raddoppiabili se si partecipa a progetti di pubblica utilità).
Si individuano come possibili specie di selvaggina in indirizzo (specie di cui l'afv deve garantire un certo livello di riproduzione), la lepre, il fagiano, la pernice rossa, la starna, la lepre italica e il capriolo italico.
Per queste ultime due specie autoctone la Provincia porta avanti da anni specifici progetti di studio e salvaguardia.
Il Piano detta infine le linee di gestione per lo sviluppo delle zone di ripopolamento e cattura e delle zone di rispetto venatorio, istituti pubblici gestiti dalla Provincia insieme agli atc, che nel corso degli ultimi anni hanno registrato un importante incremento delle popolazioni di lepri e fagiani.
E prevede, inoltre, modifiche ai perimetri degli istituti a tutela della fauna come le oasi e le zone di protezione della migratoria. Ora su tutto sarà il Tar a decidere.
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