Italia
«Allevamento ovino, settore strategico»
Vivarelli Colonna (Confagricoltura) difende le aziende che producono latte e agnelli da carne
GROSSETO. Come ogni anno, a Pasqua, tornano le polemiche sul consumo di agnello. Ma l'allevamento ovicaprino, settore importante in Maremma, rischia di scomparire.
«Da anni - spiega il presidente di Confagricoltura Grosseto, presidente della federazione regionale di prodotto sezione ovicaprini e membro di quella nazionale, Antonfrancesco Vivarelli Colonna - il comparto sopporta l'attacco da parte della nutrita famiglia delle oltre sessanta tra associazioni ed enti animalisti che sembrerebbero richiamare l'attenzione più per ricordare la loro esistenza, che nel cercare di convertire il consumatore».
Nei numeri si parla di un comparto il cui patrimonio si stima in quasi 8 milioni di capi allevati (di cui 6,8 ovini) e in circa 74mila aziende. Solo in Maremma i capi sono circa 250mila. «Degli oltre 5,7 milioni di litri di latte prodotti sulla nostra penisola circa il 70% viene trasformato in pecorino romano, formaggio finora storico protagonista dell'esportazione di formaggi ovini prevalentemente verso gli Stati Uniti».
Ma cosa è successo nel ventennio 1990-2010? «C’è stato un depauperamento che ha coinvolto l'economia di molte regioni e ha determinato l'abbandono di molti territori marginali e non solo, con ripercussioni ambientali e di peggioramento nella prevenzione dei rischi determinati dagli incendi e dalla gestione delle acque».
Leggendo i numeri emerge, rispetto a venti anni fa, l'uscita di oltre 145 mila aziende di allevamento (-66,3%) e la contestuale perdita di oltre 2 milioni di capi (-22,8%).
«Si capisce - prosegue il presidente - come l'allevamento nazionale ovino da carne costituisca la sola tipologia integrata con il territorio che permette di sopperire all’assenza delle amministrazioni nella tenuta delle aree demaniali come pascoli, boschi e strade. Un primo passo per il rilancio del settore deve riguardare la corretta gestione della comunicazione e della promozione del prodotto nazionale assicurata oggi dai consorzi tra allevatori, trasformatori e macellerie. Il Consorzio dell'agnello da carne dell'Appennino centrale, il Consorzio dell'agnello sardo e quello dell'abbacchio romano rappresentano la forte volontà di veder riconosciuti la serietà, l'impegno e la costanza di allevare ed immettere sul mercato dai 250 ai 300 mila agnelli nazionali».
Secondo Vivarelli Colonna solo con la promozione e la valorizzazione del prodotto nazionale si riuscirà a assicurare il mantenimento delle economie e dei territori agropastorali, di aree come la Maremma, ma soprattutto a garantire una più diffusa presenza sul mercato di prodotti certi e riconoscibili: «Questo porterà a una fisiologica riduzione degli abusi commessi in larga parte da pochi maldestri commercianti che sono costretti ad arrivare fino in Ungheria per un prezzo più vantaggioso e un prodotto pessimo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
