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Grosseto

procedure irregolari per stranieri

A giudizio: ottomila euro in cambio del contratto

GROSSETO. Fino a ottomila euro in cambio del contratto di lavoro. Una pratica irregolare di cui sarebbero rimasti vittima 9 cittadini marocchini, che avrebbero fatto domanda e che non sarebbero poi...

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GROSSETO. Fino a ottomila euro in cambio del contratto di lavoro. Una pratica irregolare di cui sarebbero rimasti vittima 9 cittadini marocchini, che avrebbero fatto domanda e che non sarebbero poi stati assunti. Un meccanismo originato dalla lettera di uno di loro (che chiedeva di rimanere in Italia per motivi di giustizia, visto che la pratica non era stata perfezionata) e che ha finito per aprire un procedimento penale nei confronti di un imprenditore, Carmine Mazza, 59 anni, di origini calabresi: rinviato a giudizio per l'udienza del 2 ottobre con l'ipotesi di aver favorito l'ingresso di quei 9 uomini e la loro condizione di clandestinità.

Mazza è finito sotto accusa in qualità di titolare della società semplice agricola "Il Poggio Verde" che ha sede al Poggio di Roselle. Le domande dei 9 risalgono all'agosto e al dicembre 2008, l'inizio attività era prevista tra il settembre e il dicembre successivo. Mazza avrebbe chiesto il nulla osta alla Prefettura per il visto di ingresso per il lavoro stagionale con la garanzia del contratto regolare.

Il pm Stefano Pizza aveva chiesto il giudizio dopo aver esaminato la documentazione raccolta dalla squadra mobile della polizia di stato. Una richiesta cui si era opposto il difensore, Romano Lombardi. Perché, ha fatto notare l'avvocato, è vero che Mazza (che si occupa di giardinaggio anche attraverso un'altra ditta e che è nel settore da trenta anni) aveva chiesto l'assunzione degli operai ma è anche vero che nessuno di loro si era mai presentato. Così Mazza, sempre secondo la tesi difensiva, aveva lasciato perdere, non preoccupandosi di perfezionare la pratica chiudendola con l'esito negativo. Uno dei cittadini marocchini, Allal, aveva però scritto alla polizia, reclamando di non essere stato regolarizzato: l'uomo temeva di dover tornare in patria e chiedeva di rimanere in Italia per motivi di giustizia. In quella stessa lettera era venuta fuori la somma di 8.000 euro, che l'uomo spiegava di aver versato in patria a una persona non identificata per ottenere il permesso di soggiorno. Avrebbe anche cercato più volte al telefono Mazza per sollecitare la regolarizzazione.

Il difensore ha chiesto il non luogo a procedere perché non c'è prova che gli altri otto operai siano effettivamente usciti dal Marocco. Allal, tra l'altro, risulta irreperibile. E non sono stati acquisiti i tabulati delle telefonate che l'uomo ha detto di aver fatto all'imprenditore. Il gup Bilisari ha demandato al dibattimento (sarà giudicato dal collegio) il compito di far luce sulla vicenda.(p.s.)

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