Il dolore
«Lite scatenata da una parola in dialetto»
Omicidio preterintenzionale, tornano in libertà i due polacchi indagati. Esame del dna sui reperti in sequestro
ROCCASTRADA. Un grave fraintendimento dovuto al dialetto usato dalla vittima; due bottiglie e mezzo di vodka; qualche spintone ma nessun pestaggio. Queste sono le verità di Arkadiusz Stanislaw Hadamik e di Adam Jerzy Klekot come emerse dagli interrogatori dell’altro giorno. Una verità che si unisce ai risultati dell’ autopsia, secondo la quale nessuno dei colpi rilevati era in grado di causare la morte.
La posizione dei due polacchi indagati per omicidio preterintenzionale per la morte di Joachim Jean Grzecha, musicista polacco 54enne, trovato senza vita all’agriturismo Montini di Roccastrada si alleggerisce giorno dopo giorno. Al punto che, dopo un mese, i due sono tornati in libertà. Lo ha deciso il gip Valeria Montesarchio, accogliendo le richieste dei difensori Patrizia Pagano e Simone Bulleri che già avevano ricevuto il parere positivo del pm Maria Navarro. Hadamik (nipote della vittima) ha solo un obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, con modalità di concordare con i carabinieri. Ha un contratto a tempo indeterminato come giardiniere in un’azienda della provincia di Livorno. Klekot (cognato dell’altro) ha invece un obbligo di dimora a Roccastrada, con il divieto di uscire dalle 21 alle 6.
«La misura è differente soltanto perché il mio assistito non ha trovato un lavoro - dice l’avvocato Bulleri - Anzi, ci stiamo dando da fare per trovarne uno. E del resto la sua posizione è ancora di minore gravità. Lui ha cercato di dividere zio e nipote e riportare la calma».
Un compito impossibile quella sera (il 15 febbraio). Perché certe parole avevano scatenato una lite furibonda. Joachim parlava in dialetto e quando aveva detto ad Hadamik di andare a letto con la moglie Barbara aveva usato un termine molto più forte che aveva fatto passare la donna come una poco di buono, una prostituta, spiegano i difensori. Un termine forte, troppo forte, che va inquadrato nel senso della famiglia della popolazione polacca; e che era stato usato con la moglie stessa davanti.
«Non corrisponde alla verità il fatto che Joachim sia stato massacrato - tornato a ripetere i difensori - Una discussione c’è stata, sì. Ci sono state urla, toni alti. Ma niente schiaffi, niente pugni. Gli spintoni ci sono stati, magari, ma solo perché gli animi erano alterati».
Ieri intanto il gip ha aperto l’incidente probatorio affidando al dottor Romano Fabbrizzi l’incarico di valutare l’attendibilità delle dichiarazioni del figlio della vittima, Karol, che è tornato in Polonia (dove studia alle superiori - suonava insieme al padre) e che sarà sentito prossimamente in Italia, con la zia di Sassofortino che ne è stata nominata tutrice. Il dottor Gustavo Caldora ha invece il compito di ricavare il dna dai reperti in sequestro (attizzatoio, coltello, mestolino): le operazioni inizieranno martedì al comando provinciale carabinieri. Entrambi avranno 90 giorni per depositare le conclusioni. Udienza di discussione il 4 luglio. I due indagati erano presenti. Presente anche il dottor Robert Jan Malecki (lavora in uno studio che fornisce consulenza legale ai polacchi in Italia) e l’avvocato Romano Lombardi che assiste Barbara indagata per favoreggiamento.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
