Lutto
Non si è fidato che rientrasse in azienda
La disperazione dell’imprenditore Scarpelli: «Abbiamo ritardato di una settimana per i documenti, siamo distrutti»
GROSSETO. Giancarlo Scarpelli parla con la voce rotta dal pianto. Nel 1999 ha perso un figlio di trentadue anni in un incidente stradale. Da allora, i dipendenti della sua azienda sono diventati tutti figli suoi. E il quarantaquattrenne che si è ucciso martedì pomeriggio, impiccandosi nel corridoio dei garage del palazzo dove viveva con sua moglie non faceva differenza. «Se mio figlio fosse sopravvissuto avrebbe avuto poco più di lui - dice - come faccio a non pensarci». A 74 anni Scarpelli ha la lucidità e la forza di chi ha messo tutto nella sua azienda, la Big Mat. Quattro capannoni per una trentina di dipendenti, che ha fondato nel 1963 e che per tredici anni ha portato avanti da solo, prima dell’ingresso in società di suo fratello Maurizio. Ieri sera era in ufficio, come ogni giorno. E c’era anche ieri l’altro quando ha saputo della scelta del suo dipendente e ha capito che dietro a quel gesto non spiegato a parole, c’era stata la paura di perdere quel posto. L’uomo lavorava lì da 12 anni. «Era stata una scelta dolorosa presa a malincuore da me e mio fratello quella di mettere quei tre dipendenti in cassa integrazione - racconta - ma non avevamo alternative. Lo avevamo spiegato a tutti che questa situazione sarebbe stata temporanea. Lui sarebbe rientrato al lavoro martedì prossimo. Glielo avevamo detto». Scarpelli non si dà pace. Ieri è andato all’obitorio, ha incontrato la vedova. Un incontro che non è stato facile. Da una parte c’era una donna che sa che non potrà più riabbracciare il marito perché lui era convinto di aver perso quel lavoro e ha scelto la morte, dall’altra il titolare dell’azienda che sa come sono andate le cose ma allo stesso tempo non riesce a scansare quel senso di colpa che non è generato da una colpa. Forse da un fraintendimento. «Sarebbe dovuto rientrare questa settimana - spiega ancora Scarpelli - ma abbiamo rimandato, facendo lavorare una settimana in più il suo collega perché a lui era scaduto il tesserino per il cronotachigrafo e avevamo bisogno di alcuni giorni per sistemare i documenti». Qualche giorno di pazienza in più, poi il collega dell’uomo gli avrebbe lasciato il posto. «L’altro nostro dipendente, l’autista che avevamo messo in cassa integrazione con lui la prossima settimana deve sottoporsi a un intervento chirurgico. Sarebbe rientrato in ogni modo, glielo avevamo detto». Lo ripete in continuazione, Scarpelli.
Non continua a dire quelle frasi per allontanare lo spettro di una colpa, no. Lo continua a dire, lo ripete. Perché le cose dovevano andare in un altro modo e perché nessuno poteva accorgersi che un ritardo potesse generare una disperazione e una paura tale di perdere il lavoro da far scegliere la morte alla vita.
«In azienda siamo disperati - dice ancora - siamo sempre stati una grande famiglia, e con lui se n’è andato una parte di noi». Alla Big Mat i dipendenti non hanno voglia di parlare. Sono andati all’obitorio, hanno abbracciato la vedova, operaia della Mabro in cassa integrazione e i familiari del quarantaquattrenne.
In casa della coppia, in quell’appartamento che si trova pochi metri sopra alla trave alla quale si è impiccato l’ex operaio della Big Mat, i carabinieri non hanno trovato nulla. Né un biglietto, né un’altra spiegazione che facesse pensare a quello che sarebbe successo. Ha scelto di andarsene così, spinto, probabilmente, dalla paura di perdere il lavoro e di non riuscire più ad essere felice. Non aveva mai riscosso nemmeno l’assegno di cassa integrazione, non aveva fatto in tempo.
Era rimasto senza lavoro e la prospettiva di rientrare gli sembrava forse ormai solo una chimera. E sul conto corrente non era entrato più nulla. Né il suo stipendio, né quello della moglie, cassa integrata anche lei.
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