Il Tirreno

Grosseto

«Lavoro è dignità senza si muore»

di Alfredo Faetti
«Lavoro è dignità senza si muore»

La rabbia del fratello dell’uomo che si è ucciso a 44 anni «Era un grande maremmano, un ballerino, un boxeur»

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GROSSETO. «Immagina di aver lavorato per tutta la vita nella città in cui sei nato: d’un tratto poi rimani senza posto perché vengono scelte altre persone al posto tuo. Ti spiegano che le cose vanno male, che altri dipendenti arrivati dopo hanno figli da mantenere mentre te no e che per questo a lavoro ci restano loro, mentre te vai a casa». Il fumo della sigaretta esce poco alla volta dalla bocca, intervallato dall’emozione che domina la voce. Gli occhi pieni di lacrime che non scendono, rendendoli sempre più rossi. «Questo discorso mio fratello me lo ha fatto poco tempo fa, dopo che era entrato in cassa integrazione». Ora invece si trova dentro le stanze dell’obitorio, dietro quella porta dove parenti e amici si danno il cambio per dare un ultimo saluto al 44enne che martedì pomeriggio ha deciso di togliersi la vita. «Il perché lo ha fatto lo sa solo lui. Lo ha fatto per gli affari suoi» dice il fratello. Intorno a lui ci sono altre persone, tra parenti, amici e colleghi. «Quelli di Barbanella» come dice il fratello. Il 44enne infatti nei vicoli della piccola frazione grossetana ci è cresciuto. «Erano tempi migliori quelli» racconta il fratello. «Ti ricordi quando fece quell’incontro di boxe a Grosseto?» dice uno degli amici. Perché il dipendente, agli inizi degli anni ’80, aveva deciso di salire sul ring con i suoi 14 anni. «Fino a quel momento ci battevamo per strada – continua l’amico immerso nei ricordi – Poi un giorno i vigili del fuoco ci dissero che potevamo allenarci nella loro palestra». Un sorriso di tempi andati, che fuori da quell’obitorio sembrano lontani anni luce. «Devi scrivere qualcosa? – chiede il fratello – Allora scrivi che era un grande maremmano, un grande boxeur e un grande ballerino». Con l’età adulta infatti i guantoni avevano fatto spazio alla musica e alle danze. «A casa sua ci sono tutte le medaglie e i trofei alle pareti» racconta. «L’ultima che ha vinto ce l’ha adesso al collo» dice un amico lì accanto. Lo sguardo, rapito e sperso per qualche secondo nei ricordi dei sorrisi, torna cupo. «Spiega che c’è la crisi, che il lavoro è dignità» dice uno dei colleghi. «Ha lavorato in quella ditta per dodici anni – riprende il fratello – A gennaio, quando ha iniziato a fare i conti con la cassa integrazione, l’ho portato anche a lavoro con me (è un operaio edile ndc). Ma lui voleva la sua dignità: non mi ha mai chiesto di venire con me». L’idea che gira ma non esce dalla testa di tutti è chiara come la punta della sigaretta che brucia al buio. «Il lavoro è dignità» ripetono i colleghi. «Chissà quant’è che pensava a questo gesto?» si chiede uno dei colleghi. Chissà da quanto tempo aveva la testa piena di brutti, terribili pensieri? «Scrivilo che il lavoro è dignità» ripete il fratello. «Ma tanto non importa – scuote la testa un collega, spegnendo la sigaretta – Oggi lo diciamo, domani (stamani ndc) lo seppelliscono e dopodomani riparte tutto da capo. Solo che lui non c’è più».

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