Assolto dopo quattro anni «Mi vergognavo a uscire»
La storia di Paolo Giannelli, tecnico del Comune accusato di truffa da una lettera «Io facevo gli straordinari non retribuiti, e invece sono finito in Tribunale»
CASTEL DEL PIANO. La notizia è dello scorso martedì, ma il calvario dura dalla primavera del 2009. L’architetto Paolo Giannelli, di Castel del Piano, dipendente comunale dal 1997 al 2006 e poi funzionario responsabile settore tecnico manutentivo dal 1999 al 2005, martedì in appello, è stato assolto dall’accusa di truffa aggravata ai danni del Comune, “perché il fatto non sussiste”. Una storia lunga 4 anni, che nell’architetto ha lasciato segni e ferite indelebili «fino al punto di non frequentare nemmeno più i luoghi consueti del paese, tanta era la vergogna che provavo ad essere additato come truffatore. E io sapevo bene di essere del tutto innocente».
Tutto, dunque, ebbe inizio un giorno della primavera del 2009, quando una lettera anonima accusò il Giannelli e l’amministrazione comunale: in particolare si parlava di abuso d’ufficio per il Giannelli e quella di aver assegnato illegittimamente l’incarico all’architetto, per l’amministrazione. «Indagini, interrogatori - rammenta Giannelli - ma queste accuse erano talmente prive di fondamento che nemmeno si va a giudizio. Però, durante le indagini, comparve una nuova accusa per me: timbratura illegittima del cartellino. Da qui l’accusa per truffa, quella per la quale sono stato rinviato a giudizio e condannato, in primo grado, a un anno di reclusione e al risarcimento danni nei confronti del comune che, nel frattempo, si era costituito parte civile».
Giannelli sostiene di essere caduto dalle nuvole. Si aspettava l’assoluzione piena in primo grado. Ma non fu così. «Tutto nasce in quanto come dipendente, il Comune mi affidò l’incarico di redazione del piano regolatore. La modalità di affidamento scelta, fu quella del “regolamento dei servizi e degli uffici”, con compenso assai svantaggioso per me e con l’obbligo di svolgere l’incarico fuori dall’orario di lavoro (quindi senza timbrare il cartellino). Ma per l’attività legata al piano regolatore, come la schedatura di tutti gli edifici rurali comunali, avevo bisogno di un’auto, di farmi coadiuvare da personale comunale e di poter usare attrezzature legate all’attività di architetto, che io, non possedendo uno studio privato, non avevo. Ho usato, dunque, la stampante e il plotter, mi aiutò la dipendente Marta Rossi e ho utilizzato una vecchia auto quasi da rottamare dell’ufficio tecnico per recarmi nelle campagne comunali».
È a questo punto, spiega Giannelli, che nacque il problema. «A quel punto chiesi il permesso all’amministrazione di essere considerato in servizio (e quindi con timbratura del cartellino) quando usavo l’auto per i rilievi degli edifici rurali. In caso di incidente, facevo presente all’amministrazione che era d’accordo, non avrei avuto problemi. Questo, sebbene fosse in contrasto con la convenzione fatta, mi fu accordato, perché nessun danno erariale c’era per il Comune, in quanto, sempre secondo la convenzione, ero obbligato a fare moltissime ore di straordinario non retribuito. Quindi tutti erano al corrente: nessun inganno o raggiro da parte mia. E tanto meno c’è stato danno erariale per il Comune (che era al corrente), avendo io effettuato parte delle schedature senza aver percepito alcuna doppia retribuzione, perché ho utilizzato le ore di straordinario non retribuito. In altre parole la timbratura del cartellino non aveva alcuna influenza sulla retribuzione. Quindi nessun danno erariale per il Comune, che anzi ha conseguito un notevole vantaggio economico. Piuttosto lo svantaggio c’è stato per me, perché se mi fosse stato affidato l’incarico secondo l’art. 18 L.109/94, avrei guadagnato 36.000 euro in più e avrei potuto svolgere il tutto durante l’orario di lavoro, facendo così mancare l’oggetto dell’accusa».
Adesso, comunque, giustizia è stata fatta. «Anche se resta in me una ferita profonda e difficilmente rimarginabile».
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