Sicurezza
Costrette a vivere con i soldi dei genitori: l’8 marzo alla Mabro
Dipendenti dell’azienda raccontano la loro situazione. Telecamere in fabbrica per testimoniare la crisi
GROSSETO. C’erano una volta le famiglie che dovevano fare i conti con la rata del mutuo, con le bollette della luce e dell’acqua e con le tasse dell’università dei figli. C’erano una volta scadenze che si riusciva a onorare con lo stipendio di un operaio: si poteva uscire, andare a fare due passi in centro, prendere un aperitivo. Ora ci sono operaie e operai che non riscuotono gli stipendi, che per vedere l’accredito dei soldi guadagnati lavorando lo scorso mese sul conto corrente devono aspettare novembre. E ieri (venerdì), per la festa della donna, nella fabbrica simbolo della città, nella Mabro da 227 dipendenti, quasi tutte femmine, non c’era la mimosa come negli anni passati. C’erano le telecamere della Rai, quelle della trasmissione di Riccardo Iacona “Presa diretta” puntate sulle vestaglie azzurre.
VIDEO L'8 marzo delle donne della Mabro
Sulle loro storie, spesso rimaste in questi ultimi due anni sullo sfondo di una vertenza aziendale fatta di sigle sindacali, scontri e ripicche. Una lotta che spesso ha messo in secondo piano la loro vita. Fatta di rabbia, di bisogno di dignità e di conti della spesa da pagare. Di bollette, saldate utilizzando soldi che nessuna famiglia vorrebbe toccare. «Quelli della pensione di invalidità di mia figlia - dice Marica - l’unica entrata fissa in casa nostra. Lei ha 26 anni e da sei è iscritta nelle liste per un lavoro come categoria protetta. Ma non l’ha mai chiamata nessuno». Nella grande sala mensa della Mabro, messa a disposizione dall’azienda alle donne e agli uomini che hanno voluto partecipare alla trasmissione per raccontare e raccontarsi, non c’era mimosa.
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