Il Tirreno

Grosseto

«Alzare gli argini dell’Osa fu un errore»

di Sabino Zuppa
«Alzare gli argini dell’Osa fu un errore»

I responsabili dell’azienda La Selva accusano gli interventi del 2010: «Noi alluvionati per colpa di lavori imprudenti»

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ORBETELLO. La questione della messa in sicurezza della piana dell’Albegna e dei terreni intorno ai corsi d’acqua limitrofi diventa ancora più attuale, ora che si è venuti a conoscenza che uno studio tecnico fiorentino si sta interessando alla redazione di un megaprogetto da diverse decine di milioni di euro.

E a segnalare ulteriormente la necessità di agire sul fronte della prevenzione dei disastri dovuti a calamità naturali è anche il presidente dell’Associazione Nazionale Bonifica, Massimo Gallardo: durante la trasmissione Linea Verde, in onda domenica scorsa e registrata nelle zone alluvionate dell’Orbetellano, ha rimarcato il fatto che le risorse limitate non possono essere una scusante per la mancata cura e salvaguardia dei territori a rischio idrogeologico.

Mancata tutela che a volte sembrerebbe derivare anche da scelte sbagliate o perlomeno rischiose: a segnalare una di queste sono stati i responsabili dell’azienda agricola La Selva di San Donato, realtà che opera nel settore del biologico _ 400 ettari e 70 dipendenti _ stata danneggiata, il 12 novembre dall’esondazione del torrente Osa. Un evento che forse si sarebbe potuto evitare o gestire in maniera diversa e che ha portato anche a una segnalazione al governatore della Toscana Enrico Rossi e agli assessori regionali Annarita Bramerini e Anna Marson: «L’alluvione ha colpito anche la nostra azienda che ha subito perdite ingenti alle strutture, agli allevamenti e ai macchinari. Ma dopo la paura e la rabbia stiamo ancora cercando di realizzare cosa sia successo _ dice uno dei responsabili, Daniele Zauli _ soprattutto perché gran parte dei nostri terreni, a Camporegio, hanno da sempre fatto da cassa di laminazione ogni qualvolta la quantità di acqua trasportata dall’Osa non poteva essere ricevuta dal mare: ci avevamo fatto l’abitudine, e di conseguenza eravamo organizzati. Ma quanto successo stavolta, a nostro avviso, è da imputarsi esclusivamente all’intervento eseguito nel 2010, con cui sono stati rialzati di circa un metro gli argini dell’ Osa a partire dalla ferrovia per circa 2 km verso monte. E questo, ancora una volta, per cercare di togliere un vincolo idrogeologico e ridare possibilità di costruire sotto gli argini dei fiumi».

Dunque tutto sarebbe imputabile al fatto che il piccolo fiume, trovando un argine più alto nei punti dove di solito esondava, ha rotto ancor più a monte dove il nuovo argine non esiste, e ha quindi allagato terreni mai finiti prima sott’acqua. Il tutto, secondo gli uomini de La Selva, per una imprudenza che si poteva evitare.

«Stavolta l’esondazione ha interessato le stalle e gli annessi per il ricovero dei mezzi aziendali. Le nostre infrastrutture sono state inondate e coperte da circa due metri di fango proprio perché si trovano in prossimità degli argini lasciati più bassi», continua Zauli. «E dunque come facciamo, oggi, a ipotizzare nuovi investimenti? Dobbiamo essere sicuri che ci sia la volontà degli enti di rivedere l’opera fatta tre anni fa e creare invece argini più bassi per inondazioni controllate sui nostri terreni della piana del Camporegio».

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