Sicurezza
«Sono tutti cittadini italiani che devono rifarsi una vita»
GROSSETO. La gestione amministrativa del progetto di accoglienza Ena dei 113 profughi, sparsi in tutta la Maremma, è toccata al Coeso. Ieri mattina a firmare fogli e documenti, riscuotere l’assegno...
GROSSETO. La gestione amministrativa del progetto di accoglienza Ena dei 113 profughi, sparsi in tutta la Maremma, è toccata al Coeso. Ieri mattina a firmare fogli e documenti, riscuotere l’assegno statale di 500 euro a testa, e poi prendere ognuno la sua strada, difficile da trovare a dire il vero, c’era una trentina di africani.
«Si tratta in ogni caso di cittadini italiani regolari con permesso di soggiorno - spiega il funzionario del Coeso Massimiliano Marcucci, appena conclusa l’operazione con le scartoffie - qualcuno di loro in realtà è in attesa di ottenere il tesserino plastificato e per il momento ha un cedolino grazie al quale, appena pronto, potrà ritirare tutto in Questura».
Ma ora che la fase di accoglienza è ufficialmente chiusa, resta l’incertezza sul loro futuro. La stessa cosa vale per quei ragazzi africani che giovedì se ne sono andati da Orbetello, Cinigiano e Massa Marittima. «Difficilmente saprei dire quanti di questi rifugiati riusciranno a rimanere nel nostro paese - dice Marcucci - in molti casi si tratta di persone non istruite con difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro». Qualcuno di loro ha già trovato rifugio altrove. Il Coeso ieri mattina ha messo a disposizione un pulmino, (era parcheggiato in via Chiesa con la polizia municipale a vigilare) in attesa di portare a Ferrara e Modena due famiglie che hanno trovato ospitalità da amici. «Per un altro giovane ghanese abbiamo fatto il biglietto ferroviario per andare a Napoli. Aveva già preso contatti per rifarsi una vita lì».
Gli altri saranno costretti ad arrangiarsi come possono. Dovranno cercarsi un lavoro, provare a imparare meglio l’italiano. «Qualcuno ha seguito nell’anno e mezzo del progetto di via Trento dei corsi di formazione per inserirsi meglio nel nostro tessuto. In certi casi però le difficoltà che presentavano queste persone erano superiori anche alle nostre forze o a quelle delle operatrici delle cooperative sociali, trattandosi magari di analfabeti che avevano vissuto situazioni pregresse davvero dure in Libia».
In un passato da dimenticare, c’è chi ha perso il padre e la madre in circostanze terribili. «Ma senza stare a indagare troppo, che non è il nostro compito, abbiamo cercato di aiutarli finché abbiamo potuto».
Matteo Baccellini
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