Sicurezza
«Riconobbi la voce di chi ci molestava»
Donna accusata di stalking: in lacrime la vedova dell’uomo che nell’agosto 2010 si era suicidato dal ponte della Zancona
MONTE AMIATA. Piange Stefania. Piange quando ricorda il giorno in cui suo marito le confessò il tradimento. Piange quando ricorda la telefonata dei carabinieri che le annunciò la morte del marito in quello che non era un incidente stradale, come le fu detto in un primo momento per pietosa bugia, ma suicida dal ponte della Zancona. E nell’auto un biglietto accusava la sua ex amante: «Arrestate quella delinquente».
Piange. Ma è di una lucidità spaventosa quando ricorda le date e gli episodi di due anni di calvario e paura: telefonate, sms, biglietti, pacchetti, scritte, danneggiamenti, dispetti, volgarità. A ciascun episodio (e il maresciallo dei carabinieri Sandro Ghelli ne ha contati ben 42 nella relazione riassuntiva delle indagini del Norm) la donna ha attribuito un giorno e talvolta anche un orario, oltre che il luogo e la circostanza. Scolpiti nella sua mente, oltre che messi su bianco nelle querele (che sono 14), quegli episodi sono vissuti di nuovo nelle sue parole nel corso della prima udienza dibattimentale del processo che vede imputata per stalking (ma anche per ingiurie, diffamazione, danneggiamento, furto e violazione di domicilio - nulla vi è però in relazione al suicidio) la ex amante, una compaesana di 50 anni che abita a trenta metri dalla vedova: «La vedo tutti i giorni».
Perché questa storia, angosciante da qualsiasi punto di vista si voglia guardare, chiunque sia responsabile delle molestie, ha avuto per palcoscenico poche centinaia di metri quadrati, lo stesso paese. E tutto avrebbe potuto far pensare, all’inizio, che la relazione clandestina appartenesse alla moglie e non a lui. «Il primo episodio risale al luglio 2008, quando trovai dei fiori sullo sportello della mia auto e sulla cassetta delle lettere». E poi messaggi al cordless di casa con frasi eloquenti come «Ti voglio ancora». «Avevo paura che mio marito pensasse che io avessi un altro uomo. E invece non c’era nessuno. Così mi feci coraggio e andai dalla polizia postale».
Tutto o quasi arrivava da cabine telefoniche abilitate. Ma non c’erano solo chiamate. C’erano rigature sulle auto, forature sospette di pneumatici, il filo della parabola tagliato e il padellone danneggiato da sassate (gennaio 2009), escrementi davanti alla porta di casa, lettere apparentemente scritte da una calligrafia femminile e invece contenenti il disegno di un membro maschile, un pacchettino con un paio di slip rossi da donna, sale sui fiori, varechina sul bucato steso.
«Io ero convinto che fosse una donna ma mio marito negava di avere una relazione. Avevo dei sospetti - ha detto rispondendo a una domanda dell’avvocato Romano Lombardi, difensore dell’imputata - Ma lui negava. Poi, il 15 febbraio 2010 mio marito mi confessò di avere avuto una relazione, tra la primavera e l’estate 2008. Io rimasi sorpresa. Lui era in preda alla disperazione, io capisco che un momento di debolezza può capitare a tutti ma volevo andare avanti con lui, fino alla morte. E non gli ho mai chiesto nulla». E da quel giorno quelle querele che non avevano avuto un soggetto si indirizzarono verso una persona ben precisa: «Io ne sono certa perché mio marito ne era certo. Lui non le voleva parlare, non la voleva nemmeno incontrare perché temeva che potesse incattivirsi: aveva fiducia nella giustizia». E comunque la vedova ha spiegato di aver riconosciuto la voce dell’imputata nella telefonata arrivata il 18 febbraio sul proprio cellulare: «Ciao bella top..., ha, ha, ha». La coppia si era allontanata dal paese, era andata a sciare ma gli sms arrivavano lo stesso. Nemmeno l’installazione di una telecamera esterna, nemmeno il trasferimento dalla madre della vedova, nello stesso paese, avevano ridotto la frequenza delle molestie. Che prendevano forma anche in scritte sull’asfalto o sui muraglioni della strada lungo il luogo di lavoro con la vernice rosa, in cui venivano indicati il telefono e certi servizi praticati. Non servì nemmeno il cambio del numero di telefono cellulare. Poi iniziarono a partire telefonate (17) dall’apparecchio di casa - che pure era guasto - verso il numero dell’imputata. «Nel giugno 2010 mio marito trovò sulla tomba di mio suocero un biglietto in cui si faceva riferimento a me e a mia madre: “dì a quelle cagne da guardia di smettere di telefonare” e poi altri due post it, sempre al cimitero».
Uno diceva «Non mi importa se mi sputi, io ti ho sempre amato» e si riferiva al gesto dell’uomo che, incontrata la ex, aveva fatto. Erano partiti gli accertamenti tecnici sulle linee e i carabinieri (era il 24 aprile 2010) scoprirono che erano state manomesse le scatole di derivazione dei vicini dei coniugi: era dalle utenze dei vicini (case però disabitate) che arrivavano le chiamate. Una ventina, tra sms, telefonate e fax, le comunicazioni ritenute moleste. E poi «bastardo» scritto sui muri. L’obiettivo era anche lui. Nemmeno la perquisizione in casa dell’imputata aveva risolto nulla.
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