Il Tirreno

Grosseto

«E adesso dove andremo a vivere?»

di Matteo Baccellini
«E adesso dove andremo a vivere?»

Sette ghanesi e 23 nigeriani (con i figli) hanno lasciato via Trento e Batignano. Il futuro per molti di loro è un’incognita

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GROSSETO. La preoccupazione si legge stampata sul viso di Razah, Appiah, Rasheed. Tre ragazzi ghanesi come tanti, solo più sfortunati di altri connazionali: sono tutti rifugiati politici finiti a Grosseto (sette in tutto) dalla Libia del colonnello Gheddafi. Arrivati qui con il gommone, sanno che nel loro paese non potranno più tornarci. E non hanno voglia di raccontarti perché. «I’m going to sleep in the station», dice uno di loro arrabbiato. «Vado a dormire in stazione». Non accadrà per fortuna, ma un po’ di frustrazione ci sta tutta.

Da ieri sono ufficialmente senza fissa dimora, considerata la fine del programma di accoglienza, voluta dal governo in piena ottica spending review. Lo stesso programma che dall’aprile 2011 (con i primi 70 profughi di Massa Marittima) ha ospitato 113 profughi dell’operazione Ena, emergenza nord Africa. Avevano una diaria, il cosiddetto pocket money, di 17 euro a settimana, 2,50 al giorno. «Stiamo cercando casa - dice Rasheed, faccia simpatica da suonatore di reggae, mastica un po’ di italiano e lo intervalla all’inglese - è un problema per tutti. Ci hanno detto good luck, qui non si può più stare. E adesso di noi cosa sarà?».

Le parole semplici e spaventate di uno degli ex rifugiati avevano già trovato il conforto del presidente della provincia Marras, che aveva definito «vergognosa» la gestione dell’emergenza. «Colpa dell’ex ministro Maroni, che ha scaricato i problemi su enti locali, organizzazioni no profit e volontari. Sono lasciati a se stessi questi ragazzi».

Erano arrivati un po’ per volta, ospitati anche in via Trento a Grosseto, Batignano (dal maggio 2012), Cinigiano e Orbetello. Poco prima delle 11 di ieri hanno fatto la fila agli uffici del Coeso per ritirare i documenti, l’assegno da 500 euro che lo Stato ha riservato loro per sostenere le prime spese e, soprattutto, provare a immaginare dove sarebbero finiti. «Sto aspettando il documento in questura per ottenere il vero permesso di soggiorno - dice Razah - ma stasera credo ci porteranno da qualche parte». Uno di loro gli passa accanto, capisce che stiamo raccontando la loro storia su un giornale. «Andiamo in albergo per qualche giorno - spiega - poi chissà». Con loro, a seguire le pratiche e smistarli su un pulmino, direzione Emilia-Romagna, a casa di amici, o verso la casa di accoglienza di via Trento per riprendere le loro cose, c’è una mediatrice della cooperativa “Uscita di sicurezza”, Roberta Giorgi. Parla al telefono, si spiega con loro, li indirizza nel momento del trasloco. «Tanti andranno via presto, rimarranno a Grosseto per il tempo necessario a ritrovare un amico, un conoscente, qualcuno». Difficile che trovino lavoro in fretta: siamo ancora in inverno, i lavori stagionali nei campi o per la vendemmia sono ancora lontani.

È passata più di un’ora nel frattempo: documenti firmati, pratiche sbrigate. Le grida distolgono l’attenzione degi giovani africani. «A bordo sul pulmino», oppure «tutti in albergo». Saranno ospitati ancora per qualche giorno, a spese del Coeso. Una soluzione provvisoria, alla quale sembrano essere abituati.

Tra loro anche una mamma nigeriana, piuttosto infastidita, col bambino in braccio. Con altre 23 persone (quasi tutte coppie, ha vissuto per molti mesi all’ex asilo Cottolengo di Batignano. «Vado a casa», ripete nervosa, ma la sua home non è ben chiaro quale sia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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