Lutto
Sull’Amiata tutti salvi alla faccia dei Maya
Tra storia e leggenda, smentita la profezia del 21 dicembre 2012 Predicatori e illuminati per le “contro-storie” sulla fine del mondo
MONTE AMIATA. Mancano quarantotto ore, il contro alla rovescia in tutto il Pianeta è cominciato. Ma niente paura: il millenario vulcano dell’Amiata ci salverà. Dopodomani è il 21 - 12 - 2012, la data fatidica, la fine del mondo secondo un’interpretazione (per molti sbagliata) del Conto Lungo, che con la sua complessità potrebbe essere considerato il “numero aureo” di uno dei calendari dei Maya. Apocalisse cosmica profetizzata da millenni, e che ormai da un paio d’anni è un tormentone globale che fa la fortuna di trasmissioni pseudoscientifiche e di guru più o meno improvvisati. Sciocchezza planetaria? Più che probabile.
Ma una cosa è certa: sul Monte Amiata, provincia di Grosseto, la catastrofe non preoccupa nessuno. Perché l’Amiata – ricordano i “saggi” del posto sciorinando documenti quasi fossero amuleti – è una sorta di arca di Noè, destinata alla salvezza. Lo dicono i profeti, con parole che rimbalzano nella tradizione popolare fino ad oggi. E tutti, un po’ per gioco un po’ con orgoglio e confortante fiducia, quassù ci credono. «La terra siede ai piedi dei sette colli del Monte Amiata». Chi si troverà, alla fine del mondo, dentro il perimetro del sacro monte, si salverà. È questa una delle tante profezie di Bartolomeo Garosi, detto Brandano, il “Pazzo di Cristo”, che intorno alla prima metà del 1500 si aggirava, scalzo e col rosario alla cintola, da cui pendevano ossicini di morto, nelle campagne del Senese e della montagna amiatina. Una illuminazione improvvisa lo aveva spinto sul monte, da Petroio, suo luogo di nascita, sulla via di Damasco, rifuggendo dal mondo e dalle sue tentazioni. Brandano è un profeta, e racconta alla gente di Amiata che ne ha tramandato fino ad oggi la memoria, di apocalissi e fine del mondo. Ma solo chi si troverà sull’Amiata si salverà al momento dell’apocalisse, quello riconoscibile così: «Quando le donne avranno la cresta come i galli, le carrozze andranno senza cavalli».
L’Amiata è il sacro monte, per antichissime radici divine che avevano spinto già gli Etruschi a sceglierlo come monte di Tinia, il maggiore dio etrusco (da cui il nome Monte Amiata, mons Tuniatus, cioè). Un riconoscimento che corre di millennio in millennio fino ad oggi, se è vero che è proprio per il magnetismo specialissimo della montagna che Namkai Norbu ha scelto l’Amiata, e lo sperone dei colli attorno a Monte Labro, come circuito sacro dei Tibetani e del loro insediamento di Merigar. La montagna “incantata”, quella dei potenti abati di San Salvatore, dove forse i templari seppellirono il santo Graal, si propone, da sempre, dunque, come luogo sacro e salvifico. Chi starà dentro questo circuito, alla fine del mondo sarà salvo.
Lo ripetono personaggi noti in montagna nel corso dei secoli, quelli più amati dall’immaginario collettivo: sia Baldassarre Audibert, il cencioso predicatore arrivato da Arezzo in Amiata nel 1846, che pianta croci monumentali ai crocicchi e nelle campagne, per presidiare uno spazio sacro oltre il quale nulla può la morte. Con quelle croci che oggi sopravvivono in tantissimi paesi amiatini – da Castel del Piano ad Arcidosso, da Montelaterone fino ad Abbadia – e che portano nella base di pietra la lettera P, forse a significare “pax”, pace, il mistico Baldassarre traccia un cerchio magico e una raggiera ideale il cui centro è rappresentato, appunto dalla montagna incantata. Chi ci starà dentro, alla fine del mondo si salverà. E infine, Davide Lazzaretti, il profeta, il Cristo dell’Amiata, armato solo della forza della parola che fu nei suoi seguaci di un fascino eccezionale: «Ci sarà un tempo che non ci saranno le suole delle mi’ scarpe», predica Davide, che però aggiunge: «Beati quelli che saranno su questo monte quando ci saranno le ultime cose».
E poi di nuovo: «Verranno tristi tempi a preparare gli ultimi avvenimenti”, ma “beato chi porta il sasso e chi sarà alla fine dentro il confine del mio monte». In particolare per i seguaci di Lazzaretti, lo spazio incantato è costituito dalla Torre, quella che fu costruita dai seguaci stessi: «Beato chi porta il sasso» (per costruire la torre) e la definitiva promessa di futura salvezza dai disastri del mondo a chi abitasse in futuro «dentro il suo limite». Alla faccia dei Maya.
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