Il Tirreno

Grosseto

«Così non vivo, aiutatemi a morire»

di Gabriele Baldanzi
«Così non vivo, aiutatemi a morire»

Senza lavoro e piena di debiti, l’appello di una donna quarantenne: «Almeno mio figlio avrà i soldi della polizza-vita»

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GROSSETO. “Non mi avete aiutato a vivere. Aiutatemi almeno a morire”. Sono le parole con le quali Cry – lei si fa chiamare così – chiude la lunga conversazione con il cronista, dopo aver chiesto un po’ di spazio sul giornale, forse l’ultimo appiglio per lei. Parole pesanti, parole che sono pugni nello stomaco. A parlare è una donna poco più che 40enne, diplomata ma senza lavoro, un figlio adolescente, un compagno disoccupato, la miseria che bussa alla porta, il pensiero ricorrente di farla finita.

È ambientata in un paese dell’entroterra maremmano la storia di Cry e abbiamo scelto di raccontarla senza filtri. Ma noi della donna abbiamo le generalità complete e il telefono, ci abbiamo parlato a lungo e la storia è verificata. Ma per tutelarla abbiamo scelto di non mettere nome e cognome. «Ho bussato a tutte le porte – ci racconta Cry –, quelle principali e quelle secondarie. Le prime (sindaco, assistenza sociale, parroci, associazioni caritatevoli) hanno finito i fondi. Siamo troppi, c'è la crisi, anche loro hanno dei limiti. Le altre – prima di tutto i parenti – rispondono che ognuno ha i suoi problemi e che non possono farci nulla».

Cry ha perso il lavoro da un anno e mezzo, lui invece è stato licenziato di recente. Entrambi non percepiscono alcuna indennità di disoccupazione grazie a “quei contratti” con i quali erano stati assunti. Non hanno neppure gli ammortizzatori sociali.

«È così. Si sono interrotti i rapporti di lavoro – sono ancora parole della donna – ma non il flusso di bollette e pagamenti. E per vivere si continua a mangiare tutti i giorni, in qualche modo. C’è un quotidiano susseguirsi di necessità. E poi arrivano sempre i contrattempi: un mal di denti, le gomme della macchina usurate…».

E le utenze prima o poi le staccano. «L'Enel – racconta Cry – ci ha abbassato al minimo indispensabile la potenza. L’Acquedotto del Fiora, dopo raccomandate e telegrammi ha mandato un operatore per chiuderci il contatore, i rubinetti. Anche il Comune ci ha fatto scrivere dall’avvocato di fiducia per la morosità sulle tasse scolastiche. La banca invece, l’unica volta che siamo andati sotto di 300 euro, ci ha messo interessi incredibili. E poi altre piccolezze che non ce l’abbiamo fatta a pagare e sono diventate cose grandi, debiti da cartelle Equitalia».

Quella davanti a noi è una donna stanca e demoralizzata. «Siamo tartassati quotidianamente con telefonate e lettere minatorie. Per ultima mi preoccupa la morosità prolungata per affitto e condominio della casa popolare. Siamo all’atto di sfratto, ma non abbiamo i soldi per pagare».

Cry le ha provate tutte: «Ho venduto tutto l'oro che possedevo. Ingenuamente mi sono rivolta anche a un programma televisivo dove settimanalmente vengono aiutate persone in difficoltà, in situazioni precarie come la mia, ma nulla. La risposta non è mai arrivata».

Cry non possiede nulla. Solo una vecchia utilitaria. «E prima o poi – dice, rassegnata - pignoreranno anche quella».

«Mi considero – prosegue la donna nel suo sfogo – una persona normale, buona, dall'aspetto piacevole, che si è sempre data da fare. Con umiltà. Oggi non mi sento più neanche un essere umano, ho perso motivazioni e piango pensando a mio figlio, a quando dovrò spiegargli che per Natale non riceverà il mio regalo, che non sono più in grado di sfamarlo, vestirlo, comprargli l'occorrente per la scuola. Per questo sono arrivata al punto di chiedere aiuto per morire. Sì, proprio così. A quel punto, forse, si faranno avanti parenti, amici, persone in grado di aiutarlo e garantirgli una vita tranquilla, serena, normale».

Sì, perché il figlio di Cry è destinatario di una polizza-vita aperta alle Poste dalla madre pagando una cifra irrisoria, mensilmente.

«Nel caso morissi riscuoterebbe 55 mila euro; potrebbe studiare e vivere meglio di quanto non facciamo adesso. C'è un problema, però, un freno: non ci sarà liquidazione in caso di suicidio, altrimenti mi sarei già tolta la vita da sola da un po’. È la beffa che si aggiunge alla disgrazia di essere ridotti così. Devo sperare in un infarto, un male, oppure qualcuno che mi investe, che mi spara».

Cry è sola. «Qualche anno fa ho perso il mio babbo a cui ero legatissima. Il padre di mio figlio, invece, è morto quando lui ancora non aveva compiuto un anno. Credevo di avere già pagato il mio conto, invece il calvario continua. Fossi capace farei una rapina o mi sarei prostituita, ma un briciolo di autostima e dignità mi è rimasto. Per rispetto di mio figlio. Penso all’impatto con i suoi amici, a quanto è sensibile. E allora mi riconvinco che il mio posto è qui, seppure questo mondo, sordo e incurante, non mi piaccia».

Cry non lo dice ma spera che, rivolgendosi al Tirreno, qualcuno si interessi del suo caso.

A volte la gente di Maremma sa essere generosa più di tanti programmi tv.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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