Il Tirreno

Grosseto

In fila per un piatto di pasta

di Francesca Gori
In fila per un piatto di pasta

Aumenta il disagio in città e diminuisce l’età media di chi si rivolge alla Caritas per ottenere un aiuto

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GROSSETO. Vite minime di persone che non ce la fanno ad arrivare a fine mese, che non riescono a far quadrare i conti, che non possono permettersi una casa.Vite minime di chi un’abitazione ce l’aveva ma l’ha persa. E di chi, insieme a una casa e a un lavoro, ha messo da parte anche la rabbia, la voglia di farcela. Perché la rabbia, a Grosseto, sembra ormai diventata un lusso.

È una fotografia a gradazione di grigio, quella scattata dalla Caritas diocesana, che ha rimesso insieme i numeri dei centri d’ascolto dislocati sul territorio, che ogni giorno aprono le porte alle persone e alle loro storie. Alle loro disperazioni e alle loro ansie e paure.

Alle loro rassegnazioni, a quel lasciarsi vivere di chi scivola lentamente verso la fine. «Se non diamo speranza a queste persone - dice don Enzo Capitani - rischiamo di perderle, di vederle scivolare verso il basso, di lasciarsi morire». Capita sempre più spesso in città. Capita che chi una casa ce l’ha, riceva una cartolina con l’ingiunzione di sfratto perchè non ha pagato l’affitto. Un mese, due mesi, tre mesi, quattro mesi. E spesso, perché anche il lavoro non c’è più o non è più lo stesso.

La crisi che colpisce i grossetani ha messo in evidenza un dato su tutti: l’età media delle persone ascoltate è di 46 anni, fra le più alte di tutte quelle rilevate nel territorio regionale dalla rete Mirod, mentre nel 2010 l’età media era stata 51 anni. E tante persone che si rivolgono alle strutture sono single. «Mi sono anche informato - aggiunge don Enzo - se esistessero degli ammortizzatori sociali, o qualcosa di specifico per le persone che sono sole e che hanno bisogno». E invece, le istituzioni sembrano essersi dimenticati di chi una famiglia non è riuscito a costruirsela. «È un po’ quello che succede con l’assegnazione delle case popolari - aggiunge il direttore della Caritas - è difficilissimo che una persona sola raggiunga il punteggio per ottenere un’abitazione». Esattamente come succede tra gli scaffali dei supermercati, dove le confezioni più convenienti sono i formato-famiglia.

Il lavoro che non c’è, la casa che non si riesce a mantenere.Proprio su questo fronte, i dati della Caritas parlano chiaro: il 3,2% delle persone accolte dichiara di essere senza alloggio e il 7,9% vive in alloggi di fortuna. Un 5,9% vive in appartamento o casa di proprietà, un altro 8% vive in alloggi di edilizia popolare: di questi, oltre 9 su 10 sono cittadini italiani. Vive in affitto il 29% degli italiani e il 46% degli stranieri. Un esercito di poveri, che arriva per la maggior parte dall’Est Europa, dalla Romania (31,3% del totale degli stranieri), seguita dalle presenze di cittadini della Moldavia (12,9%) ma anche del Marocco (11,1%), della Tunisia (7,5%) e dell’Ucraina (6,9%). Stranieri che in Italia sono arrivati da poco, anche da meno di un anno, certi di trovare quel lavoro tanto agognato. Rimasti al palo insieme tanti italiani. «E la tendenza per il prossimo anno - dice don Enzo - ci racconta un’altra storia ancora: che aumenteranno le persone in difficoltà, e che saranno sempre più gli italiani ad avere bisogno delle strutture, di risorse materiali, di lavoro, della casa, della salute e della famiglia (6,2%)». E poi viveri, vestiario e servizio mensa. Soltanto le richieste di lavoro ammontano al 15,7%.

Di fronte a numeri come questi, numeri che fanno spavento anche solo a leggerli, la Caritas ha messo in piedi due progetti che stanno già dando qualche frutto. Il progetto Famiglie solidali, che prevede l’utilizzazione di cinque appartamenti per altrettante famiglie sfrattate, che potranno stare lì e cercare una nuova casa e magari un nuovo lavoro. «Una famiglia ha già partecipato a questo progetto - racconta il direttore della Caritas - e ha già trovato un’altra soluzione. È bastato che il capofamiglia tornasse al lavoro, per risolvere questa situazione». Non solo un progetto di accoglienza, però. Anche una storia di solidarietà: del progetto infatti fanno parte anche famiglie che non hanno problemi economici, e che accompagnano quelle accolte nelle abitazioni. Una sfida, questa, lanciata da don Enzo proprio per non far venire meno, in chi ha bisogno, la speranza di tornare a sorridere. Perché quando si è poveri e si ha fame, capita anche di inciampare. «Ricordo solo un caso - dice - di un uomo che per mantenere la propria famiglia è finito in mano a un usuraio. Questo non deve succedere, bisogna lavorare per mantenere accesa la voglia di combattere». Una voglia che deve essere mantenuta anche dai servizi di accoglienza. All’emporio Caritas, ad esempio, le persone che non hanno soldi per fare la spesa al supermercato, possono comunque scegliere. «Mantenere la dignità delle persone - dice - dar loro la possibilità di mangiare quello che più piace non è un vezzo. È un modo per mantenere la testa alta e per cercare, insieme, di superare un momento di crisi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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