Il Tirreno

Grosseto

Province, niente riforma Marras: «Scelta grave»

di Lorenzo Santorelli
Province, niente riforma Marras: «Scelta grave»

Il presidente: «Governo e ministri non ci prendano in giro, non sentiremo la mancanza dei professori». Balocchi: «La Consulta darà il colpo di grazia»

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GROSSETO. Del doman non v’è certezza, ma l’oggi è meno peggio del ieri. Almeno per gli amministratori provinciali. Perché la mancata conversione del decreto legge che avrebbe dovuto accorpare le Province – in Toscana sarebbero calate da dieci a quattro – riporta nuovamente la nebbia sul futuro di palazzo Aldobrandeschi. Eliminando però una norma criticata aspramente dall’Upi. Così, almeno fino al pronunciamento della Corte Costituzionale sul ricorso presentato dalle Regioni, l’ultimo riferimento legislativo valido torna ad essere il decreto Salva Italia che attribuisce alle Province esclusivamente le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle attività dei Comuni, ai quali spetterebbe anche l’elezione dei rappresentanti dell’ente diventato di secondo livello, avocando tutte le altre voci.

È trascorso un anno dall’approvazione di quel decreto e nella migliore tradizione gattopardesca del tutto cambi affinché nulla cambi, il secondo decreto che avrebbe dovuto cristallizzare i criteri del riordino – 2500 kmq e 350mila abitanti – è stato affossato nella Commissione affari costituzionali del Senato da centinaia di emendamenti presentati in larga parte dalla vecchia maggioranza di centrodestra. Tra questi, molti erano sul problema dei capoluoghi e degli accorpamenti. Se ciò non fosse bastato, il Pdl aveva anche depositato a palazzo Madama una pregiudiziale di costituzionalità. La “sfiducia” al governo Monti scaturita dal ritorno in campo di Berlusconi renderà superfluo attendere il 5 gennaio, ultimo giorno utile per la conversione del decreto. Politicamente resta però un interrogativo: per la Provincia di Grosseto l’eliminazione della riforma è un sospiro di sollievo o un’occasione persa?

Leonardo Marras. «È la decisione peggiore che potessero prendere. Evitino il Governo e i suoi ministri di prenderci in giro: il caos della mancata conversione è responsabilità solo loro e di ciò che hanno fatto approvare lo scorso dicembre ad un parlamento distratto dalle parentele di Mubarak». Dopo aver auspicato uno sblocco del patto di stabilità ed una restituzione delle risorse tagliate per scongiurare il rischio default, Marras accommiata il governo dei professori con sarcasmo. «Lo spread angoscia gli italiani? Sono altre le nostre preoccupazioni. Se ne vadano pure ad insegnare, non sentiremo tanta nostalgia».

Marco Sabatini: «Il decreto era fatto con i piedi, però poteva essere un’occasione per avviare la riforma complessiva dello Stato. Bisognerebbe focalizzarsi sugli enti mastodontici o in quelli in cui si annidano i veri sprechi. Per quanto ci riguarda siamo nell’incertezza assoluta. E’ vero che ci fanno andare avanti, ma senza risorse».

Federico Balocchi: «Il decreto Salva Italia di fatto svuota le province, ma sono convinto che verrà cassato dalla Corte Costituzionale. Fu lo stesso Ministero a sottolineare che senza l’approvazione del secondo decreto che stabiliva i criteri per l’accorpamento, quello precedente sarebbe stato a rischio costituzionalità». L’assessore al bilancio ammette che, dal punto di vista dell’opinione pubblica, «si tratta di un’occasione mancata perché i cittadini si aspettavano un segnale. «Questo provvedimento però era incoerente, basti pensare che i dipendenti regionali costano il 20% in più di quelli provinciali, e trasferire le competenze a Firenze comporterebbe un aumento dei costi». Ferdinando Pianigiani: «Mesi fa dissi di aspettare la fine dell’anno. Sono stato preveggente. Purtroppo la situazione si è complicata e, senza soldi né competenze, rischiamo un’abolizione di fatto. Comunque il mio giudizio è sospeso fino a quando la situazione non si chiarirà».

Gianni Chelini. «Egoisticamente noi saremmo arrivati lo stesso alla scadenza naturale della legislatura. Il problema è che al posto di un riordino organico di tutti gli enti, si è preferito colpire irragionevolmente pezzettini di Stato, costringendoli a subire decisioni prese con la scorciatoia del decreto, e non con una ragionata riforma costituzionale».

Tiziana Tenuzzo: «Sinceramente sono contenta che sia saltata una riforma imperniata sulla velocità e non sul ragionamento. Non tanto per il mio ruolo ma per la possibilità di pianificare i programmi previsti. Credo comunque che il prossimo governo appronterà modifiche senza lasciare lo status quo».

Cinzia Tacconi: «Ci sono enti ben più inutili delle province, come i consorzi di bonifica o le agenzie regionali. Sono stati attuati metodi barbari e ora sembra di stare su Scherzi a parte. Spero che il prossimo governo cominci una discussione seria, senza demagogia».

Enzo Rossi: «Il governo Monti ha avuto il merito di aver preso l’iniziativa, ma è stata talmente maldestra da creare solo divisioni tra i cittadini e preoccupazione tra i dipendenti della pubblica amministrazione. A colpi di decreti, e senza una legge di riforma costituzionale, si va poco lontani».

Patrizia Siveri: «Tagli lineari ed inefficienza non possono essere chiamati riforme. Per fortuna l’eccezione di costituzionalità consentirà di ripensarla daccapo. Ma occorrerà un intervento normativo che faccia da ponte. Oggi non sappiamo quali funzioni andranno a noi e quali alle Regioni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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