Il Tirreno

Grosseto

Maxi risarcimento per i danni al bimbo

di Federico Lazzotti
Maxi risarcimento per i danni al bimbo

Il giudice: tetraparesi per negligenza del ginecologo. L’Asl di Livorno deve versare ai genitori follonichesi 1 milione e mezzo

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FOLLONICA. Il respiro di Stefano, 45 anni, tecnico informatico «quando posso» e padre «a tempo pieno» di un bimbo tetraplegico, si ferma quando racconta la notte tra il 23 e il 24 giugno 2006: «Da quel momento la vita della nostra famiglia non è più andata avanti. E nemmeno adesso, con i soldi del risarcimento, possiamo farla ripartire».

Ricorda in mezzo ai silenzi: «Mia moglie Claudia è minuta e ha i fianchi stretti. Il medico che la seguiva durante la gravidanza l’aveva avvertita: “Appena hai le doglie fai avvisare la sala operatoria per sottoporti a un cesareo”. Ma quella sera quando arrivammo in ospedale c’era un altro ginecologo: volle a tutti i costi provare a farla partorire naturalmente, usò per diverso tempo anche la ventosa. E quando si accorse che il bambino era rimasto incastrato, ormai era troppo tardi per operare e i danni a mio figlio impossibili da cancellare».

Per quel tragico parto la Procura di Livorno aveva aperto un’inchiesta penale per lesioni gravissime a carico di Tony Andres Innocenti, ma il procedimento è stato archiviato nel dicembre del 2008 per la morte del medico, vittima di un tragico incidente stradale.

In sede civile, invece, giovedì scorso il giudice Emilia Grassi ha depositato alla cancelleria del tribunale labronico la sentenza con la quale condanna in primo grado l’Asl 6 al risarcimento nei confronti della famiglia di poco meno di 1,5 milioni di euro.

Scrive il magistrato: «La condotta del medico è stata determinante nella produzione del danno». E aggiunge: «Dal riassunto cronologico emerge con evidenza che l’assistenza alla donna è stata caratterizzata sin dal suo ingresso in ospedale da superficialità e assenza di attenzione e diligenza». Ecco perché l’Asl «è responsabile della condotta inadempiente e colposa del medico».

Sui danni, le conclusioni alle quali arriva il giudice lasciano spazio solo ai rimpianti: «Dai consulenti – sottolinea – emerge che il ritardo nell’esecuzione del taglio cesareo ha contribuito in misura rilevante alla produzione dei postumi sul bambino, e che, con ogni probabilità, una più tempestiva esecuzione dell’intervento non avrebbe probabilmente evitato del tutto il danno, ma lo stesso avrebbe potuto essere di entità considerevolmente minore»

Diego, questo il nome del piccolo, è nato all’ospedale Villa Marina di Piombino e oggi che dovrebbe essere in prima elementare, vive con i genitori in una casa arrampicata su tre piani appena fuori dal centro di Follonica. La sua malattia è stata catalogata come «paralisi cerebrale infantile caratterizzata da tetra paresi spastico-distonica con deficit neuropsichico ed epilessia».

Ma viverla è peggio che leggerla: «Nostro figlio – spiegano mamma e papà assistiti dall’avvocato Cecilia Pintus – ha bisogno di assistenza 24 ore su 24 e di dieci ore di terapia, ogni giorno, tutti i giorni. A casa abbiamo costruito una palestra, comprato un respiratore. Tutte spese che il giudice non ci ha riconosciuto nonostante le fatture. Come i viaggi negli Stati Uniti in un centro specializzato a Philadelphia. Ecco perché abbiamo deciso di fare appello. Il nostro obiettivo è quello di garantire un futuro a nostro figlio e l’unico mezzo per farlo, purtroppo sono i soldi. In Italia – proseguono i genitori – andiamo avanti grazie ai volontari della Croce rossa e della parrocchia che ogni giorno vengono a casa nostra e ci aiutano nelle terapie. Noi siamo orgogliosi e soddisfatti dei risultati e dei miglioramenti che ha raggiunto: riesce a leggere e scrivere e a strisciare per terra. Certamente dovremo lottare perché nulla ci sarà regalato, ma i miracolo più bello che potesse accadere è quello di poter offrire la nostra vita affinché nostro figlio possa vivere una vita degna di essere vissuta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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