La manifestazione
«Questo ergastolo è peggio della morte»
La vedova di Santarelli parla il giorno dopo la sentenza choc: prega per Matteo Gorelli e tra un po’ andrà a trovarlo
PITIGLIANO. Ieri Claudia Francardi ha accettato un invito a pranzo. Era il giorno di festa, ieri, arrivato dopo il giorno della giustizia: della pronuncia della sentenza nei confronti di Matteo Gorelli, condannato all’ergastolo a vent’anni per aver ucciso suo marito, l’appuntato dei carabinieri Antonio Santarelli.
Una giornata di festa arrivata forse troppo in fretta dopo aver fatto quel pieno di emozioni nell’aula gip/gup del tribunale di Grosseto. Lei era lì, moglie e mamma, accanto aveva Irene Sisi, moglie anche lei e mamma di un ragazzo di vent’anni che aspettava di sapere, dal giudice Marco Bilisari, quale sarebbe stato il suo destino. «Quando ho sentito pronunciare la parola ergastolo - dice Claudia - mi sono sentita male fisicamente: un senso di nausea, quasi un conato di vomito».
La sentenza del giudice per l’udienza preliminare è stata un cazzotto nello stomaco per lei che non ha mai chiesto una pena di questo tipo. «L’ergastolo per me è peggio della pena di morte - dice - perché è come se togliesse la speranza di un percorso che Matteo deve fare per diventare un uomo diverso da ciò che è stato».
Lei e l’avvocato Paolo Bastianini non avevano mai pronunciato quella parola. «Non c’erano nemmeno i segnali che ci facessero pensare a una pena come questa - aggiunge - perché quando il giudice ha concesso a Matteo i domiciliari in comunità, eravamo convinti che il processo non finisse così». E invece, tra i vent’anni chiesti dal pm Giuseppe Coniglio e l’ergastolo, il gup Bilisari ha scelto il massimo della pena. «So bene però che questa sentenza è un’astrazione - dice - e che Matteo non resterà in carcere per tutta la vita». Ci sarà il processo d’appello, poi la Cassazione, se necessario. Tutto quindi si giocherà tra pochi mesi, quando Gorelli tornerà davanti al giudice: qui la difesa del ragazzo, gli avvocati Luca Tafi e Francesco Giambrone giocheranno la carta della perizia psichiatrica, per dimostrare che il ragazzo di Cerreto Guidi non è solo affetto da un disturbo borderline ma, a differenza di quanto sostenuto dal neuropsichiatra Fabbrizzi, ciò è influente. «E certamente la pena che dovrà scontare Matteo sarà diversa - dice - anche se sono convinta che questa sentenza sia servita a dare un segnale a tutti noi: all’Arma, per far capire che la giustizia c’è e che ci sono persone vicine ai carabinieri, a Matteo, soprattutto, ai suoi genitori. Ci penso tanto, io, al dolore di Irene, la mamma di Matteo. I miei amici mi dicono di non farmene carico, ma io non ci riesco». Si sono strette la mano, venerdì, le due donne in aula. Ma dopo che il giudice ha pronunciato la parola ergastolo è cambiato tutto. «Andrò a trovare Matteo certo - aggiunge - ma non lo farò ora. C’è bisogno di far sedimentare questa cosa, di far passare un po’ di tempo. Credo che anche i suoi genitori debbano prendere consapevolezza di come si sono comportati negli anni con loro figlio».
Ieri era festa e nella voce di Claudia c’era dolore, non c’era rabbia. Nemmeno un filo. «Prego tanto per Matteo - aggiunge - Nonostante il male che mi ha fatto e nonostante che abbia distrutto la vita a me e a mio figlio, spero che possa cambiare. Quell’aggressione scattata per un nonnulla e quella violenza inaudita che mi ha portato via Antonio è stata una reazione spropositata nei confronti dell’azione di mio marito. Ai nostri figli dobbiamo insegnare il valore e la sacralità della vita. Ora spero che lo impari anche Matteo».
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