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Grosseto

Pestaggio di Sorano: oggi la sentenza

Pestaggio di Sorano: oggi la sentenza

Matteo Gorelli sarà in aula. Massacrò due carabinieri, per lui l’accusa di omicidio volontario

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GROSSETO. Un anno e mezzo fa la vita di Matteo Gorelli era la vita di un ragazzo irrequieto che rimbalzava da una discoteca a una serata con gli amici, da una birreria a un giardinetto dove fare due chiacchiere. Un ragazzo che con gli altri, però, pareva avere poco a che fare. Che era «arrabbiato con il mondo», che sembrava «che tutto mi facesse schifo», che gli «garbava primeggiare nelle cose che facevo». Lo ha raccontato lui al neuropsichiatra Romano Fabbrizzi, che ha stilato una lunga perizia psichiatrica su Matteo, dopo il massacro del rave di Sorano, dopo che il ragazzo, arrestato insieme ad altri tre amici, all’epoca dei fatti minorenni, dopo aver massacrato i due carabinieri della compagnia di Pitigliano Antonio Sanatrelli e Domenico Marino, è stato rinchiuso nel carcere di via Saffi. È cambiato tutto, dal 25 aprile dell’anno scorso, da quando Matteo ha raccolto un bastone per terra e si è accanito sull’appuntato Santarelli e sul suo collega Marino. Santarelli è morto dopo un anno di agonia. Dal coma non si è più svegliato. Marino ha perso un occhio.

Matteo oggi sarà in aula, di fronte a Marco Bilisari. Il compito del giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Grosseto sarà quello di decidere quale pena dovrà scontare il ventenne di Cerreto Guidi che ha ucciso a bastonate Santarelli. Il giorno del giudizio del tribunale, della giustizia nei confronti di chi ha compiuto un reato che ha cambiato la vita a tutte le persone coinvolte in quel pestaggio avvenuto un anno e mezzo fa a Sovana, è arrivato. Matteo Gorelli dovrà rispondere di omicidio volontario e tentato omicidio. Difeso dagli avvocati Francesco Giambrone e Luca Tafi, il ventenne di Cerreto Guidi sta scontando i domiciliari nella comunità Exodus di don Mazzi a Milano. In aula, dove si svolgerà l’udienza con il rito abbreviato, scelto dai difensori di Matteo, ci sarà anche Claudia Francardi, la moglie dell’appuntato dei carabinieri ucciso durante il pestaggio. Gli occhi di Claudia e quelli di Matteo si sono già incrociati altre volte, in tribunale. Matteo non ha mai cercato scorciatoie, dal giorno dell’arresto fino a oggi: è sempre stato in aula, ha risposto alle domande del giudice, ha parlato con i suoi avvocati, con i medici che hanno stilato le perizie psichiatriche. E al carcere di Grosseto, ha cercato di sezionare, analizzare e capire, con difficoltà, quello che era successo la mattina del 25 aprile quando si è scagliato come una furia cieca contro Santarelli e Marino. Quella mattina, Matteo l’ha vissuta e rivissuta tante volte. Anche Claudia Francardi, parte civile nel processo, assistita dall’avvocato Paolo Bastianini, ha ricostruito più volte nella sua mente, la scansione temporale degli eventi che le hanno cambiato la vita. Che le hanno cancellato parte di quella vita che aveva costruito, giorno dopo giorno, con suo marito accanto. Le è stato strappato, quell’amore, il padre del suo ragazzo non ancora uomo. Niccolò ha quattordici anni, oggi, e non ha più un padre. Matteo ne ha solo venti, e un rimorso che non si cancella. «Cambierebbe sapere che se mi sveglio la mattina si sveglia anche lui». Diceva così il ragazzo di Cerreto Guidi che voleva essere primo in tutto, allo psichiatra, quando Santarelli era ancora in coma. Il carabiniere Antonio invece, non si è svegliato. Il collega Domenico Marino ogni mattina fa i conti con i suoi due grandi occhi celesti. Occhi che brillano di vita, nonostante uno dei due sia una protesi. Matteo invece è in comunità e oggi saprà quanto dovrà pagare per quello che ha fatto e per sconfiggere l’altra variabile. «Io sono pericoloso per me stesso - aveva detto il ventenne - Vorrei una vita tranquilla, sana, costruttiva e produttiva. Ma c’è l’altra variabile e io la voglio sconfiggere». (f.g.)

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