Gioco
Chiude storico mattatoio, diciannove senza lavoro
La Icam schiacciata dal peso della crisi: si compra sempre meno carne rossa Dipendenti in mobilità da oggi nonostante gli sforzi degli imprenditori
GROSSETO. Diciannove licenziamenti sono il segno della crisi. Diciannove persone che perdono il lavoro perché la catena alimentare non è più quella di qualche anno fa lo sono ancora di più. Oggi il grande portone della Icam, l’Industria carni affini Montorgiali si chiuderà dietro le spalle di 19 persone che da anni lavorano nel settore della macellazione di carni bovine.
Un mattatoio storico, quello di Montorgiali, che non ha retto al cambiamento delle abitudini della catena alimentare, quello dettato dai tempi moderni ma anche dai portafogli più leggeri e dagli stipendi più magri. Al supermercato, le bistecche, i filetti e i controfiletti hanno lasciato il primato alle carni bianche, ai petti di pollo e di tacchino. Con un occhio alla bilancia, al peso, al mangiare più leggero e con l’altro al portafogli, appunto. «Anche per questo - dice Lorenzo Centenari, segretario della Cgil - abbiamo visto morire una delle aziende di eccellenza del nostro territorio, un mattatoio storico che ha fatto arrivare sugli scaffali di macellerie e supermercati carni di primissima qualità».
La storia della Icam è la storia di una famiglia, i Matteini, che per generazioni hanno portato avanti quell’attività. Oltre alla carne vaccina, fino a qualche anno fa, il mattatoio macellava anche carni ovine. Poi però i clienti sono cominciati a diventare sempre meno e l’unica speranza per la società, per un po’ di tempo, è stata l’Unicoop Tirreno. «Il problema nato a un certo punto - spiega Centenari - che è andato ad aggravare la crisi del mercato delle carni, è stata la richiesta di un nuovo tipo di produzione. In sostanza i supermercati e la grande distribuzione che si rifornivano al mattatoio acquistavano prima tagli interi di bovini, quarti interi e poi sezionavano la carne. Ora invece vogliono che la carne arrivi già pronta per essere messa sullo scaffale». E questo ha complicato ulteriormente lo stato di crisi della società. Ha messo in ginocchio una famiglia che in quell’attività ha anche investito centinaia di migliaia di euro del proprio patrimonio personale ma che non ha avuto la forza di investire in nuova tecnologia, in macchine costose che non si conciliavano con i bilanci in rosso presentati negli ultimi due anni.
La Cgil ha seguito la vertenza della Icam con la speranza che alla fine quei diciannove posti di lavoro potessero essere salvati. Chiedendo anche l’intervento delle istituzioni, del Comune e della Provincia. «Ma il mattatoio comunale non si è fatto - aggiunge il segretario - e quello che ci è rimasto è stato firmare quell’accordo di mobilità e veder sparire una delle aziende di eccellenza del territorio». Sopportando lo sguardo dignitoso di tutti i dipendenti e il dolore scritto negli occhi dei proprietari dell’Icam, che fino alla fine hanno fatto di tutto per salvare l’azienda di famiglia.
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