Attenzione
Sull’Ombrone risposte alla città
Il fiume non è esondato perché sono sicuri gli argini o solo perché il mare ha ben ricevuto?
Nella palude di Albinia i colori non esistono più. Sono rimasti solo il marrone del fango e il grigio della terra secca nei capelli di chi lo sta spalando.
Negli occhi della gente vedi la rabbia di chi pretende risposte per i troppi ritardi, non solo scuse e giri di parole, ma anche la fierezza tutta maremmana di chi è abituato a soffrire. E saprà risollevarsi anche questa volta, ricolorando Albinia.
Disperazione e dignità insieme. E lo scrivo avendolo vissuto sulla mia pelle: era il 7 novembre di un anno fa quando la mia casa finì sotto due metri di acqua a Marina di Campo e la mia vicina morì affogata, scivolando a testa in giù nella sua camera allagata.
Perché queste cose in Toscana avvengono con una paurosa frequenza, più di una volta all’anno ormai. E le risposte non sono mai sufficienti: i fatti concreti sono spesso troppo diversi dalle promesse pronunciate sull’onda dell’emozione. Staremo a vedere: certo la Maremma stavolta non può solo rimboccarsi le maniche come già sta facendo. Regione e Stato devono metterci i soldi, tutti quelli che servono e in tempi relativamente brevi. Noi, col Tirreno, saremo qui a vigilare.
Ma qualche risposta va data anche a Grosseto. Perché la piena dell’Ombrone di lunedì scorso è stata la più pericolosa per la città dal 1966 a oggi. Questa volta la città ha rischiato davvero grosso, soprattutto nella notte di lunedì, quando è passata la piena. Ce lo hanno confermato tecnici e geologi, nel corso di questa settimana drammatica.
La domanda che poniamo è solo una: Grosseto è salva perché gli argini sono sicuri o solo perché le condizioni meteomarine erano ben diverse da quelle del 4 novembre del 1966? Pretendiamo una risposta. Per la città.
I dati parlano chiaro: l’Ombrone lunedì scorso, intorno all’una di notte, ha raggiunto un livello 18 cm più elevato che nel 1966.
Allora ruppe a San Martino. Ci sono rilevazioni aeree dell’Enel che testimoniano che, anche questa volta, il punto a rischio è stato proprio a San Martino, dove l’acqua ha raggiunto la vetta dell’argine. Però, per fortuna, il mare ha ricevuto. La corrente non si è mai fermata, come avvenne nel 1966, quando vento e mare mosso respinsero indietro l’acqua limacciosa del grande fiume.
Allora la pressione schiantò l’argine e sappiamo bene cosa avvenne. Stavolta è andata bene. Ma pioverà ancora. E Grosseto pretende risposte.
Un altro dato preoccupante, però, è sottolineato dagli esperti. Il fondo del fiume, rispetto al 1966, è più alto. Almeno di un metro e mezzo, in alcuni punti qualcosa in più. Con il tempo i sedimenti, gli inerti, si sono accumulati alzando l’alveo, anno dopo anno. Da quanto tempo il fondo non viene dragato?
Infine i manufatti dell’uomo, che non sono esenti da responsabilità. Nel 1966 il ponte della ferrovia, qualche centinaio di metri a sud del ponte Mussolini, era un vecchio ponte con gli archetti in mattoni, larghi e spessi: allora la tecnologia non riusciva a realizzare un’unica campata. Era una mezza diga, per l’acqua e per i rami portati dalla corrente: nel 1966 contribuì a causare l’alluvione. Si parlò a lungo di rifarlo, sostituendolo con un ponte moderno, che non fosse un tappo.
Ebbene, quel ponte ad archetti, costruito nel secolo scorso, è ancora lì. Dopo tanti annunci l’oblìo ha avuto la meglio e non è stato mai rifatto dalla Ferrovie, che ne sono proprietarie. E anche questa volta è stato una mezza diga. Crediamo che, alla luce del rischio che ha corso la città, una decisione vada presa in fretta, senza ulteriori ritardi. Perché pioverà di nuovo.
@guifiorini
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