Sicurezza
Il collega dell’Enel «Ci hanno detto la strada è libera...»
Era in auto a un’ora di distanza dai tre che sono precipitati «Se non ci fossimo fermati a mangiare, non saremmo qui»
GROSSETO. A volte il destino lo segna anche una sosta in autogrill. O al ristorante. E in quell'ora di pausa si costruisce una differenza sconvolgente tra la vita e la morte. Erano su due macchine distinte, i sei dipendenti dell'Enel ripartiti da una riunione romana lunedì sera. Si sono divisi, da una parte i tre che poi hanno perso la vita sul ponte di S.Andrea, dall'altra i colleghi che l'hanno scampata.
Uno di loro, tre giorni dopo, ripete come un mantra quella frase. «Non so come sarebbe andata a finire, se non ci fossimo fermati a mangiare. Probabilmente non ci saremmo più neanche noi». Dopo quella riunione (che riguardava proprio la sicurezza sui luoghi del lavoro), le auto si erano ritrovate all'altezza di Civitavecchia. Un blocco dei vigili del fuoco le aveva dirottate entrambe verso Tuscania.
«Siamo stati deviati varie volte - ricorda l'ingegnere che ci chiede di omettere il nome - le forze dell'ordine dovevano guidarci verso altri percorsi. Ci è stato detto che l'unico per modo per rientrare verso il nord della Toscana era passare da Canino, nell'alto Lazio, e poi risalire verso Manciano, Magliano e poi rientrare verso l'Aurelia».
Ma a Canino vi siete fermati forse quel tanto che è bastato.
«Sì, con l'auto dei tre colleghi scomparsi ci eravamo persi di nuovo. Loro si erano già fermati a mangiare in autogrill lungo l'autostrada prima di Civitavecchia. Pioveva, eravamo stanchi, noi a quel punto abbiamo deciso di fermarci un'ora a mangiare. Il tempo che è bastato perché loro di fatto ci sorpassassero».
Ma vi siete risentiti ancora una volta con i colleghi dell'altra auto?
«Verso le 22 mi ha telefonato il povero Paolo Bardelloni, dicendoci che erano a Manciano e che la via a quel punto era sgombra. Ci ha anche avvertito che le strade erano spesso piene di sassi e di fango e di andare con prudenza. Noi viaggiavamo a un'ora di distanza, ci fidavamo dei consigli. Erano persone responsabili e stavano facendo tutte le strade consentite in quel momento dalle forze dell'ordine».
Poi cosa è successo?
«Tra Manciano e Magliano non c'erano deviazioni. Loro sul ponte di S.Andrea saranno passati verso le 22. Ci facevano da battistrada con un'ora di anticipo. Ricordo benissimo quell'ultima telefonata in cui Paolo mi dice che se non c'erano problemi ci saremmo risentiti direttamente il giorno dopo al lavoro. Non li ho più sentiti, ho pensato che tutto fosse andato bene».
E invece arrivati a quel ponte sull'Albegna, ecco le transenne.
«Esatto, c'erano due auto, una dei carabinieri e una della Protezione civile, messe di traverso. Ci hanno detto di tornare indietro, non si poteva passare. In quel momento era impossibile transitare. Non so cosa abbiano trovato di fronte i miei tre colleghi che poi non ce l'hanno fatta, ma li conosco. Erano responsabili, non avrebbero mai preso una strada chiusa».
Quindi, un'ora prima quella via era sgombra.
«Questo non posso saperlo. Ma non credo proprio che abbiano forzato un blocco. Mi sento male a pensare a come è andata a finire. Chi poteva immaginare che dietro quel blocco si nascondesse un cratere che aveva inghiottito l'auto dei miei colleghi?».
Il vostro viaggio è proseguito normalmente?
«Noi quella sera siamo dovuti tornare verso Scansano, passando dall'Amiata per ritrovarci sulla Senese. E a quel punto tornare a Grosseto e riprendere la superstrada verso Livorno. Siamo arrivati a casa alle 3,30. Poi la mattina abbiamo letto quello che era accaduto. E poi i funerali...siamo ancora sconvolti».
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