Il Tirreno

Grosseto

In auto verso Roma, attraverso la distesa di fango

Stefano Tamburini
In auto verso Roma, attraverso la distesa di fango

Il racconto di un viaggio impossibile e rischioso, per raggiungere la Capitale provando ad attraversare la Maremma in una delle giornate più buie della sua storia, a causa del maltempo che sta mettendo in ginocchio interi paesi. A Fonteblanda la strada viene inghiottita dall'acqua. L'inversione di rotta, la Grosseto-Siena e in autostrada i guai non sono ancora finiti

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L'unica luce ferma è quella del cruscotto, intorno solo luccichii tremolanti attraversati da scrosci di pioggia e vere e proprie onde sollevate dalle auto. Sono le 9,10, Fonteblanda è alle spalle solo da qualche chilometro - direzione Sud - ma è difficile capirlo da quel che si vede fuori. Dovrebbe esser già giorno da tempo e invece è quasi buio: il muro d'acqua impedisce a ogni luce, a ogni colore di farsi largo. Ai lati si scorge solo acqua nei campi, sembra di essere su un lungo ponte sospeso in un mare di fanghiglia. Si vede solo la ferrovia alzarsi di poco dall'acquitrinio infinito.

Come in lavatrice. Va così da poco dopo Grosseto Est. Piove da ore e ore e il vetro dell'auto in certi momenti sembra quello di una lavatrice, i tergicristalli non fanno in tempo a spazzar via acqua che altra ne arriva. Stare sulla corsia di sorpasso espone alle "onde" che arrivano dall'altra parte della barriera new jersey, stare troppo a destra espone al rischio di infilare le ruote dove l'acquaplanning è più che una certezza. Stare in mezzo, sessanta, settanta all'ora, garantisce un cammino quasi sereno.

Fino a quando - poco dopo il bivio di Fonteblanda - nel panorama slavato e quasi senza colori all'improvviso crescono luci intermittenti, quelle delle auto che sono già ferme. Tremolano e si fanno sempre più evidenti e numerose: un agente della Stradale, per sua e nostra fortuna in un momento in cui la pioggia ha concesso una tregua, percorre la strada a piedi a ridosso del new jersey e fa cenno a tutti di fermarsi. Smette di piovere e tutti son fuori dagli abitacoli in pochi secondi: tutto intorno è un lago, l'acqua è a mezzo metro, anche meno dal livello dell'asfalto. Più avanti, poco davvero, l'acqua ha invaso l'asfalto e solo l'idea di andare verso Roma è pura follia.

Intorno all'Aurelia un grande lago. Il tempo di postare cinque, sei immagini e due filmati ai colleghi del "Tirreno", poi ricomincia a piovere, prima qualche goccia, poi sembra il getto impetuoso di una gigantesca doccia. Torno in macchina e al telefono con un collega cerco di capire se c'è un percorso alternativo. Ovviamente no: quel lago mica è lì solo per noi viandanti dell'Aurelia.

Il problema adesso è come tornare indietro, fino a pochi attimi fa arrivavano ancora auto sulla seconda corsia, il new jersey impedisce l'inversione. L'unica via è percorrere contromano la corsia che va a Sud, prima di girare l'auto una piccola illuminazione: esco e, sotto un ombrello, busso al vetro del conducente di un robusto furgoncino. Lo convinco a fare da apripista e dietro di me, piano piano, tutti quanti fanno la manovra. Tre, quattro chilometri fino al bivio per Fonteblanda, a far conto con detriti e fanghiglia portati a valle dal fiume d'acqua piovana.

Poi dritto a Grosseto per capire cosa è meglio fare. Non piove e quel tratto è abbastanza sgombro. A Grosseto passo casualmente davanti all'ospedale e anche in quella zona la fanghiglia comincia a essere invadente. Sosta alla redazione del "Tirreno"per capire, con l'aiuto dei colleghi, se c'è un percorso alternativo che non sia una faticosissima traversata fino a Firenze, attraverso il raccordo di Siena.

Verso Siena. La Polstrada assicura che il percorso è "pulito". Vero, ma fino a un certo punto. Già uscire da Grosseto è un'impresa: agli ingressi della Variante Aurelia ci sono gli agenti della Municipale che bloccano tutti quelli che vorrebbero andare verso Sud, solo chi va verso Livorno o a Siena viene lasciato passare.

All'inizio del percorso sembra di essersi lasciati il peggio alle spalle, poi invece - a pochi chilometri da Civitella Paganico - i vetri dell'auto tornano quelli della lavatrice. Invertire la marcia servirebbe a poco e, anche volendo, non saprei proprio come fare. Fuori dall'auto non si vede nient'altro che l'asfalto, le auto davanti e quelle che arrivano in senso contrario.

La tregua. A Siena una tregua, ma non c'è da illudersi: il peggio deve ancora venire. Il raccordo con Sinalunga si presenta già poco bene nel tratto iniziale, meglio tornare sulla strada maestre e proseguire - allungando un po' - per Colle Val d'Elsa, Tavarnelle e poi riprendere l'A1 sotto Firenze. È come quando il comandante di un traghetto evita di passare sotto costa per stare alla larga dalla risacca dei bassi fondali per non "ballare" ancor di più.

Il primo tratto dell'A1 verso Sud non è molto impegnativo: poco traffico rispetto agli standard, anche perché a Nord di Firenze una banale incidente ha frenato un bel po' di auto. Quindi, anche se piove forte, i disagi sono limitati. Isoradio non annuncia particolari disastri da lì a Roma, c'è il tempo per una fermata per il pranzo. Partito da Piombino, sono in giro auto da più di cinque ore - sosta grossetana compresa - e la stanchezza comincia a far capolino ancor più della fame.

La seconda bufera. La sosta di mezzora, poco più, all'autogrill rischia di costare carissima. Isoradio annuncia situazioni sempre più critiche a Sud di Chianciano, poi la chiusura in uscita dei caselli di Fabro e Orvieto. Tutto questo mentre intorno all'asfalto si vedono solo enormi distese di acqua e fango, come un enorme fiume: solo le chiome degli alberi che sembrano galleggiare nella melma danno l'idea di cosa possa esserci davvero lì intorno. E quando si incrociano quelli che di solito sono fossi innocui e quasi invisibili si scorgono onde come quelle del mare.

C'è da aver paura e c'è anche da temere di rimanere bloccati. Allo svincolo di Chiusi due pattuglie della Stradale sbarrano il cammino e deviano fuori dall'A1. Mi fermo, abbasso il finestrino, spiego che sono già stato fregato dall'Aurelia, in fin dei conti hanno fatto passare le auto fino a un attimo prima. "Vada, ma stia attento...".

Il guado sull'A1. Altro che attento, sono cinque ore che sono attento a ogni possibile sorpresa ma un guado proprio no, non me lo aspettavo. Pochi chilometri prima di Fabro l'autostrada scende per poi risalire a ridosso di una collina. Proprio lì altre due pattuglie raccomandano di rallentare e fanno procedere a passo d'uomo. L'auto alza onde come se fosse una nave e adesso ho smesso di sorprendermi. Mi sento quasi un marinaio, ormai.

Finito il guado, più avanti la pioggia battente regala ancora un panorama spettrale: acqua grigia che diventa spaventosa, immagine di bufera, quando il nastro d'asfalto sospeso su un interminabile viadotto incrocia il Tevere.

In poche ore ho "navigato" sopra i punti in cui le acque si sono fatte più impetuose e hanno diviso in due l'Italia.

A Magliano Sabina, alle porte di Roma, il cielo plumbeo si apre un pochino diventando solo grigio e minaccioso di pioggia. Sono le 15,30: sta per finire la piccola odissea "galleggiante" sulle strade dell'Italia messa in ginocchio dalla pioggia.

Incubo finito. Sono uscito da casa alle 8. Sette ore e mezzo interminabili: di quelle che se non le vivi potresti anche non crederci. Un incubo, al termine del quale si può anche gioire per il cielo nuvoloso che sopra Roma minaccia al massimo una pioggerellina serale. Che potrà esser mai, dopo tutto quel che ho appena visto.

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