Il Tirreno

Grosseto

La rete maremmana di Da Ponte e i soldi nei conti cifrati

di Francesca Gori
La rete maremmana di Da Ponte e i soldi nei conti cifrati

Il Madoff della Maremma resta in carcere a Prato Oggi l’interrogatorio del maggiore della Finanza Sandri

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La cella di un carcere poteva essere stretta per un uomo che si è “meritato” il titolo di Madoff della Maremma. Per Robert Da Ponte, l’americano di Los Angeles accusato di aver portato all’estero un capitale di 250 milioni di euro, facendoli poi svanire nel nulla, la vita alla Dogaia, il carcere di Prato, non ha avuto un effetto negativo. Anzi.

Lui, dalla pineta di Roccamare dove ha una villa, gestiva un sistema di investimenti e affari da capogiro. Da centinaia di milioni di euro. In cella invece ora legge, studia l’italiano e l’inglese e porge una spalla agli altri detenuti.

L’inchiesta sui soldi raccolti dalla Rothinvest Asset Manager e poi portati in Svizzera, intanto va avanti. Gli uomini del reparto operativo speciale dei carabinieri di Firenze stanno continuando ad analizzare il materiale raccolto e oggi il giudice per le indagini preliminari Angelo Antonio Pezzuti sentirà il maggiore della guardia di Finanza Marco Sandri, grossetano di 41 anni, accusato di aver fornito all’avvocato Armando Castagna le informazioni contenute nella banca dati delle forze dell’ordine su alcuni clienti dei quali chiedeva conto il legale grossetano.

Un interrogatorio obbligatorio, visto che i pm che stanno conducendo le indagini, hanno chiesto che il maggiore fosse sospeso dal comando della compagnia della guardia di finanza di Imperia.

Questo è quello che accadrà quindi oggi a Firenze, mentre a Prato Robert Da Ponte ha detto più volte che preferisce restare in quel carcere, al momento, soprattutto dopo aver ricevuto alcune minacce. Chi si aspettava che il Madoff della Maremma potesse subire un crollo per la sua carcerazione si deve ricredere: dalla sua lussuosa villa nella pineta di Roccamare a una cella alla Dogaia il passo è lungo. Ma è da lì, durante i colloqui con i magistrati, che il cinquantottenne italo-americano ha cominciato a raccontare il sistema che era stato messo in piedi dalla sua organizzazione. Sistema che poi è stato ricostruito dagli investigatori grazie alle carte raccolte.

La Rothinvest aveva una sede in città, dove agiva direttamente Da Ponte che raccoglieva soldi da investire in Svizzera garantendo rendimenti del 9% annuo, con vincolo delle somme per due anni e del 10,8% all’anno con un vincolo di tre anni.

Da Ponte, il domicilio fiscale lo aveva proprio in Maremma, «insieme ad alcuni conto correnti - scrive il giudice nell’ordinanza di arresto dell’avvocato Castagna - che impiegava nelle sue attività».

Il 10 settembre e il 13 settembre, Da Ponte ha parlato con i magistrati e ha raccontato che tra i tanti clienti delle sue società, ce ne erano alcuni che non volevano apparire per i quali venivano aperti conti cifrati. E non c’era solo la fredda Svizzera tra le sedi delle società create da Da Ponte: una di queste era stata aperta a Panama per effettuare investimenti e ricavare finanziamenti.

In Maremma, poi, c’era anche Mario Bevilacqua, arrestato a maggio sempre nell’ambito dell’inchiesta. L’agente follonichese di Da Ponte, stando alle parole del capo, avrebbe raccolto trenta milioni di euro, che con gli interessi, ora, sarebbero saliti a cinquanta.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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