Il Tirreno

Grosseto

«Ma è stato un modo barbaro di agire»

di Enrico Pizzi
«Ma è stato un modo barbaro di agire»

Leonardo Marras non esulta: «Bene l’addio ad Arezzo, restano gravi incognite su una riforma pensata da due burocrati»

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GROSSETO. Il decreto legge approvato ieri dal governo Monti unifica le province di Grosseto e Siena e scongiura il rischio di una megaprovincia con Arezzo, che resta da sola. Il risultato è accolto con soddisfazione (ancor più perché appare ormai certo che il capoluogo sarà Grosseto), ma anche con molte preoccupazioni dal presidente della Provincia di Grosseto Marras, che guarda alla possibilità di includere anche Piombino e l’Isola d’Elba, per costruire «la provincia più bella d’Italia».

Marras contesta, però, il metodo della decretazione d’urgenza con cui il governo ha partorito la riforma, «una violenza» dice, con l'incognita, adesso, della conversione in legge, che deve avvenire entro 60 giorni, dunque entro la fine dell’anno, e della pronuncia della Corte costituzionale, attesa per il 6 novembre, che dovrà dire se le nuove Province saranno enti di secondo livello, eletti dai consigli comunali, come prevede la norma approvata lo scorso anno, o se presidenti e consigli provinciali continueranno a essere eletti dai cittadini.

«Il risultato – dice Marras – è quello che ci aspettavamo, e per chi come me ha lavorato per raggiungerlo, è anche soddisfacente, ma non basta perché per essere la provincia più bella d’Italia manca ancora un po’ di mare». Lo sguardo di Marras va a Piombino, ma anche all’Isola d’Elba: ci sarà da lavorare il prossimo anno, anche su questo fronte, ma sventato l’accorpamento con Arezzo si apre anche questa possibilità. «Fra l’altro – dice Marras – la provincia del mare, quella della costa Toscana (formata da Livorno, Pisa, Lucca e Massa-Carrara, ndr), è una provincia enorme che mette in evidenza tante contraddizioni e già ci sono, dopo pochi minuti dall’uscita del decreto, posizioni molto dure».

Il 2013 sarà «l’anno costituente per riscrivere una storia durata 251 anni, per vedere questo territorio, insieme a quello della provincia di Siena, scrivere un’altra bella storia per altri chissà quanti secoli». Ciò che Marras stenta a digerire, però, è che si sia agito con lo strumento del decreto legge. «È una violenza – dice Marras – perché le ragioni d'urgenza per provvedimenti che disciplinano cose che avverranno successivamente è evidente che non c’è, è un modo barbaro di agire, ma questo governo ci ha abituato anche a questo: evidentemente è nato per un’emergenza, quella economico finanziaria del nostro Paese, con un ambito molto chiaro che sta debordando, come in questo caso».

Ma cosa accadrà dal primo gennaio 2013? Assessori tutti a casa come prevede il decreto? «Io – dice Marras – aspetto di sapere cosa accadrà dopo la decisione della Corte Costituzionale prevista per il 6 novembre, e poi ciò che succederà in Parlamento che dovrà convertire il decreto legge: mi aspetto un sussulto di protagonismo, di democrazia, perché quello che non va bene è che pezzi di democrazia siano trattati in questo modo».

Per il presidente della Provincia sono evidenti i motivi che hanno spinto il governo ad agire così. «I due ministri, Cancellieri e Patroni Griffi, che hanno presentato la riforma – spiega – sono un prefetto e un ex direttore generale della funzione pubblica, cioè due burocrati che, con colpo di spugna, hanno preso la rivincita su chi, invece, ha un mandato elettorale»; e poi l’altra motivazione evidente è che cittadini «di fronte a un Paese che sta molto male almeno diciamo ai cittadini che 200 assessori in Italia sono andati a casa», e resterà solo il presidente, ma «il lavoro politico è un lavoro collettivo – dice Marras – e il presidente che è trasformato in un commissario deve essere chiamato tale», invece è mancato anche questo coraggio.

Il presidente richiama l'attenzione sulla sua giunta, «insieme abbiamo governato per tre anni e mezzo questa Provincia – conclude – e se ci sono dei meriti io li devo condividere con chi ha fatto con me questo lavoro in questi anni».

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