Finanza
Colpo di scena scagiona un cacciatore
Testimone rivela che la vittima era viva dopo gli spari dell’imputato: «Sorrideva perché avevamo padellato il cinghiale»
GROSSETO. Colpo di scena. A sei anni dall’incidente mortale, uno dei testimoni parla (ed è in pratica la prima volta) e scagiona il compagno di battuta imputato per omicidio colposo. La vittima era ancora viva quando il cacciatore imputato aveva finito di sparare i suoi colpi: anzi, aveva sorriso perché i suoi compagni di battuta avevano “padellato” il cinghiale.
Così il giudice Giovanni Muscogiuri - prendendo come fondamentali queste dichiarazioni e non risparmiando comunque critiche al complesso delle indagini - ha assolto per non aver commesso il fatto un cacciatore di 77 anni, Aldo Cianti, di Suvereto, accusato per la morte di Flaviano Macrini, agricoltore di 66 anni di Lago Boracifera, trovato senza vita in una posta in località Zuccantina di Monterotondo Marittimo il 20 dicembre 2006, al termine di una battuta. Ucciso da un proiettile di rimbalzo che lo aveva raggiunto alla fronte. Una sentenza di qualche settimana fa, di cui il giudice ha depositato le motivazioni, articolate in 21 pagine di argomentazioni.
Quali le parole ritenute decisive? Quelle pronunciate in aula da Loredano Fontani (all’epoca indagato), che occupava la posta adiacente a quella di Cianti: lui ha dichiarato «con sicurezza - ribadendolo ripetutamente al cospetto delle contestazioni delle parti processuali controinteressate - che pure dopo che l’imputato Cianti ebbe a esplodere gli unici due colpi da lui sparati nel corso della battuta di caccia, la vittima era ancora viva; al punto che il suddetto teste Fontani, subito dopo l’esplosione dei quattro colpi complessivamente sparati da lui stesso e dall’imputato Cianti, si volgeva in direzione della persona offesa Macrini, assime alla quale - quest’ultima ancora viva e vegeta, essendo perciò evidentemente sopravvissuta agli spari dell’imputato Cianti - sorrideva del fatto che gli stessi Cianti e Fontani avessero “padellato” mancando il bersaglio».
Al giudice è sufficiente questo aspetto per dubitare delle responsabilità di Cianti. Le prove sono insufficienti e contraddittorie. La certezza (l’accusa aveva chiesto un anno) diventa «evenienza naturalisticamente plausibile» e poi «mera eventualità piuttosto verosimile». Il giudice però chiede che la rilevanza penale di questa rivelazione a distanza di così tanto tempo venga valutata dalla Procura, cui ha inviato gli atti per le dichiarazioni rese o omesse. Perché il dottor Muscogiuri si dichiara sconcertato che una simile notizia sia stata sottaciuta in buona fede agli organi inquirenti.
L’ipotesi accusatoria contro Cianti risiedeva sul fatto che «egli era l’unico a non aver sparato mentre volgeva le spalle alla vittima e senza trovare tra sé e quest’ultima alcuna collina». È vero che Macrini venne raggiunto da un colpo di rimbalzo ed è vero che Cianti aveva sparato soltanto due colpi quel giorno. Ma i testimoni hanno spiegato non solo che i colpi furono più dei 5 noti al pm e al suo consulente (tre le persone sotto esame) ma è possibile, anche se non molto probabile, che la vittima possa essere stata colpita da proiettili sparati da battitori vaganti o da cacciatori spostatisi dalla propria posta. La ricostruzione, nota ancora il giudice, non dà certezze su questi due aspetti. E anche la postura del defunto, trovato «supino in posizione frontistante la posta dell’imputato» non è sufficiente ad attribuire responsabilità a Cianti. Il giudice pone poi limiti di utilizzabilità alla consulenza e nota che non vi sono certezze né sul numero dei cacciatori quel giorno presenti, né su quali movimenti abbiano compiuto chi quel giorno aveva sparato, né sulla ricerca del punto nel quale il colpo aveva rimbalzato. Il fatto che fossero state acquisite le sole armi di Cianti, Fontani e un altro cacciatore, cioè delle sole persone che avevano ammesso di aver sparato, lascia aperta l’ipotesi che «l’omicida abbia potuto sottrarsi ab origine alle indagini semplicemente sottacendo di avere sparato».
Insomma, anche se Fontani «non si fosse peritato di rivelare a distanza di 6 anni» la sua verità («per quanto perplessa e sospetta») il campo non sarebbe stato sgomberato dai dubbi sulle responsabilità di Cianti. Che difeso dall’avvocato Speranza di Livorno è stato asoslto. I familiari della vittima erano assistiti dall’avvocato Fabbrucci.
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