Proteste
Ucciso da una malattia rara a 58 anni
Collaboratore del Tirreno, da sempre appassionato giornalista di baseball e ai vertici nazionali del mondo della pubblicità
CLAUDIO BOTTINELLI. Fabrizio ci ha lasciato. Mancavano pochi minuti a mezzogiorno, ieri mattina, quando il suo cuore ha cessato di battere in una clinica di Milano, vinto da una malattia rara («Se ne conoscono solo pochissimi casi nel mondo», ci aveva confidato lui stesso) che gli aveva reso difficili gli ultimi anni di vita, costringendolo a subire diversi interventi chirurgici. All’ultimo, una settimana fa, è riuscito a sopravvivere solo pochi giorni. Aveva 58 anni. Accanto al suo letto, ad attendere la morte, la moglie Emilia, i figli Federico e Valeria, la sorella Fabiola e i genitori, Franco ed Ernis ai quali i medici non avevano dato più speranza ormai da qualche giorno.
È stato un grande, Fabrizio Masini. Con la “G” maiuscola. Era partito dal nulla, quando ancora frequentava il liceo Scientifico a Grosseto, ed era arrivato ai massimi vertici nazionali del settore pubblicità, riuscendo a salire gradino dopo gradino grazie alle sue grandi capacità che gli facevano incontrare la stima e il rispetto di giornalisti ed editori. Un “numero Uno” in senso assoluto. Aveva vissuto per tre sole cose: la famiglia, la pubblicità e il baseball. Che oggi lo piangono, tutte, nel ricordo di ciò che Fabrizio aveva saputo fare e rappresentare.
Aveva sposato Emilia quando era ai primi passi della sua luminosa carriera nella pubblicità. Una donna che lo ha amato al punto da sacrificare il suo lavoro per poterlo seguire qua e là per l’Italia, dove il marito era chiamato per gli impegni di lavoro: da Grosseto a Napoli, a Torino, poi a Milano. Sempre in viaggio, Fabrizio, perché i giornali che controllava sotto il profilo della pubblicità sono stati in ogni città dell’Italia, Sicilia e Sardegna comprese. Due figli splendidi, Federico che si è sposato ai primi di settembre ed è apprezzato giornalista di “Tuttosport”, e Valeria che ha appena iniziato ad affrontare l’università. Due genitori, Franco, oggi pensionato delle Ferrovie, ed Ernis, la madre, una donna dolce, che gli sono saputi stare sempre accanto, anche nei momenti difficili. Una sorella, Fabiola, per la quale Fabrizio stravedeva e che stravedeva per lui, con un attaccamento che è difficile riscontrare tra due fratelli al mondo d’oggi.
Il suo lavoro. Ricordo come fosse ieri quando – agli inizi degli anni Settanta – Fabrizio si presentò in redazione per chiedere di collaborare nello sport. «Perché voglio guadagnare da me i soldi che mi servono per le mie spesette», ci disse. Io e Giovanni Corbini, all’epoca capo e vice della redazione di Grosseto de “Il Telegrafo” fummo colpiti dall’ intraprendenza e dalla determinazione di qual ragazzo, e gli demmo spazio. La pubblicità venne qualche mese dopo. La Spi, società che all’epoca gestiva la pubblicità del nostro giornale, aveva perso il suo agente a Grosseto. Io e Corbini proponemmo lui, Fabrizio, ma era troppo giovane, e allora ufficialmente prendemmo in tre la gestione della pubblicità. Ma a lavorare (e a incassare) era solo lui. Che da subito dimostrò di essere una persona nata per fare la pubblicità. Girava Grosseto in sella a una bicicletta, portando una borsa che dondolava a destra e a sinistra, e nel giro di qualche mese raddoppiò gli introiti del giornale, attirando l’attenzione dei suoi direttori. Poi rimase solo (con grande sollievo mio e di Corbini) e moltiplicò le vendite pubblicitarie, dimostrandosi eccezionale. Al punto che quando il presidente della Spi riuniva il consiglio di amministrazione voleva che Fabrizio, un ragazzino ancora, seguisse i lavori e dicesse che cosa ne pensava. Dimostrandogli una stima piena e, a nostro avviso, ben riposta. Nel 1978, quando “Il Telegrafo” divenuto “Il Tirreno” passò dalla Spi alla società Manzoni per la pubblicità, anche Fabrizio passò alla “Manzoni” rifiutando le proposte allettanti della Spi, e nel giro di poco più di un anno venne portato ai massimi livelli, tanta era la sua capacità. Andò a Napoli e quindi fu chiamato a Torino dove tenne (poco più che trentenne) i difficili rapporti con la Fiat di Gianni Agnelli facendosi apprezzare anche da lui per le capacità e la serietà professionale e umana che dimostrava. Nella Manzoni arrivò ai vertici nazionali, e dovette trasferirsi a Milano. Poi fu chiamato dalla famiglia Agnelli a “La Stampa” di Torino come amministratore delegato per la pubblicità. Fabrizio era salito ai vertici nazionali del suo settore, quando il primo manifestarsi del male che lo aveva colpito lo costrinse a rallentare il ritmo. Ricercatissimo comunque, è stato consulente di importanti società e giornali, ed ultimamente era amministratore delegato della Class Pubblicità che gestisce tra l’altro la rivista “Capital”.
Oltre a famiglia e lavoro Fabrizio viveva di baseball. Lo conoscono tutti, in tutti i “diamanti” d’Italia. La sua grande passione lo ha portato a seguire partite su partite non solo del “suo” Bbc Grosseto, ma di tutte le principali società italiane. Il venerdì sera, staccato il lavoro, si precipitava su un campo o nell’altro per seguire le partire di campionato, con una passione e una competenza rare da riscontrare. Facendo viaggi anche di centinaia di chilometri per poter seguire le partite. Il baseball era la sua seconda vita, anche se non lo aveva mai giocato. E aveva voce in capitolo anche a livello di Federazione, dove era ascoltato e stimato. Quest’anno, Fabrizio, non ti vedremo più allo “Jannella” con la tua borsa gonfia di scorer, regolamenti e classifiche, seduto dietro la rete con accanto la macchinetta che calcola la velocità dei lanci. Non ti vedremo ma sono sicuro che tu continuerai ad esserci, perché altrimenti il baseball non sarebbe più baseball. Addio Fabrizio. Sei stato più che un amico, sei stato quasi un figlio, per me.
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