Sicurezza
Caschi all’asta, ma arriva la rinascita
Vemar, più di 20 dipendenti in cassa integrazione, eppure l’azienda lancia una nuova sfida e prova a reinventarsi un futuro
GROSSETO. Duecento caschi all’asta in tribunale; circa 25 persone in cassa integrazione. Eppure dalla crisi di può uscire, reinventandosi un futuro, un’altra strada. Una salvezza possibile.
È la parabola della Vemar, notissima azienda grossetana, uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria “made in Maremma”, per anni florida produttrice di caschi, poi strangolata dal declino dell’economia italiana. Un caso tra tanti, nella galassia di aziende in crisi, ma anche pronto a trasformarsi nel moderno simbolo di chi - nel baratro - lancia un ponte col futuro per rinascere a piccoli ma preziosi passi.
La Vemar Helmets, sorge nella zona nord di Grosseto dove produce e commercializza caschi dal lontano 1986. Il socio fondatore, Riccardo Simoni, forte di una ventennale esperienza nelle fibre composite maturata nel campo dell’enologia e dell’idraulica, inaugura un filone che avrà fortuna: inizia la produzione di caschi protettivi per motociclisti. L’azienda inizia a creare caschi in materiali compositi per i più prestigiosi marchi italiani e stranieri. E si specializza nei settori più disparati. Dal casco ultraleggero con calotta in solo carbonio ai caschi per bambini omologati secondo le più strette normative europee; dal casco Vsr racing al casco Eclipse (che i piloti hanno traghettato alla vittoria nei più importanti campionati mondiali) fino a quelli della linea Interactive: unici caschi al mondo che utilizzano la tecnologia Bluetooth. Una produzione di eccellenza, ipertecnologica quanto radicata su basi artigianali e familiari, su cui piomba la crisi.
L’azienda inizia a scricchiolare; nel 2011 ricorre ai primi ammortizzatori sociali, strada mai abbandonata e su cui è costretta a ricorrere tuttora. Nel frattempo le redini sono prese dal figlio del socio fondatore, Nicola Simoni, che porta avanti l’impresa tra mille difficoltà di mercato.
I cassaintegrati - nessuno dei quali mai a “zero ore” (tiene a dire lui) ma tutti a rotazione, quindi spalmati con impatti assai meno devastanti - oggi sono circa 25, e sul sito delle aste giudiziarie del tribunale di Grosseto, per una pendenza in corso, compaiono 200 caschi di Vemar all’asta, che ad oggi (dopo alcuni ribassi per sedute deserte) sono scesi alla quotazione di 15mila euro. «Una situazione difficile - dice Simoni - Tutto il mercato in questione risente della crisi: in Italia il settore delle aziende legate alle moto ha perso il 50% delle commesse; in Spagna il crollo è stato del 60%».
La stessa Vemar ha perso fatturato, nell’ordine del 30% rispetto al 2008. Dunque «da luglio siamo in cassa integrazione». Ma la strada non finisce qui: «stiamo cercando di allargare il portafoglio di prodotti e non solo sul mercato delle moto ma anche altrove». Prima strada possibile, quella di entrare con intraprendenza nel settore delle auto; progetto già diventato realtà. Contratti importanti sono già stati firmati con importanti gruppi industriali di cui saranno resi noti i dettagli più avanti. Quindi via libera ai caschi per le auto dei rally.
E non solo. «Abbiamo anche chiuso un contratto importante - dice Simoni - con il ministero della difesa, che ci ha incaricato di studiare un casco innovativo per l'esercito». La strada è in salita, e la formula è quella di diversificare il mercato. I sindacati sono al loro fianco. «La settimana scorsa - dice Furio Santini (Cgil) - abbiamo incontrato l’azienda e riscontrato spiragli positivi».
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