Italia
«Inchiesta Agro, niente riscontri»
Finanziamenti rurali, ecco perché il giudice ha prosciolto i 16 indagati
GROSSETO. C'era il sospetto, in parte giustificato, che la gestione delle pratiche per ottenere i finanziamenti destinati allo sviluppo agricolo e rurale fosse in qualche modo «spregiudicata». Ma tale sospetto non è mai arrivato ad attribuire responsabilità penali. Il campione esaminato era stato soltanto del 10 per cento delle pratiche e gli investigatori non avevano mai trovato né materiale scritto né testimonianze che giustificassero l'esistenza di un'organizzazione dedita alle truffe e ai falsi (un «sistema»).
Più o meno con queste parole il giudice dell'udienza Marco Bilisari ha disposto il non luogo a procedere (motivazioni adesso disponibili) nei confronti dei responsabili di Cia service e Impresa verde di Coldiretti per i quali il pm Giuseppe Coniglio aveva chiesto il processo al termine dell'operazione Agro. Il giudice sottolinea che i carabinieri del nucleo investigativo avevano messo un «lodevole impegno» negli accertamenti ma è anche del parere che nulla sia emerso a carico dei 16 indagati e che un eventuale dibattimento finirebbe per non portare nulla di nuovo.
L'inchiesta era partita da una segnalazione arrivata ai Nas di Livorno. E si era concentrata sul perito agrario Fabio Carresi. Una cui cliente aveva raccontato di non aver mai fatto istanza e di non essersi servita di Carresi, il cui nominativo le era stato comunicato all'accoglimento della domanda da parte della Provincia. La cliente aveva disconosciuta la firma e rinunciato al contributo. Ma era stato l'unico cliente tra quelli di Carresi, nota il giudice. E anche se vi sono più casi di firme non corrispondenti, era usuale che le pratiche fossero firmate da un familiare: e comunque gli intestatari dei contributi esaminati (una ventina) erano risultati tutti a conoscenza delle pratiche. Poiché poi Carresi non aveva riscosso dalla Regione i 600 euro del contributo, ecco che il giudice qualifica la truffa come tentata; e indicando nel 2005 la data di commissione, procede all'estinzione del reato per prescrizione. Anche perché viene esclusa una forma di complicità tra Carresi e i funzionari della Provincia.
Poi ecco le centinaia di domande delle società di servizi delle associazioni di categoria. Che nel 2005 avevano presentato domanda insieme ai tecnici. La “doppia domanda“ aveva insospettito i carabinieri anche perché un agricoltore aveva riferito all'Arma che negli uffici della Cia un impiegato mai identificato gli avrebbe detto che si trattava di «un modo per recuperare un po' di soldi».
Da qui l'ipotesi investigativa di un «meccanismo collaudato e consolidato nel tempo» posto in essere da Cia e Coldiretti per presentare istanze all'insaputa dei beneficiari, apponendo firme false. Nel 2005, Cia aveva presentato 570 domande per vegetali a ridotta o elevata intensità per 134mila euro, Coldiretti 797 per 186mila euro.
Anche in questo caso, l'ipotesi di un accordo illecito tra associazioni e Provincia non trova riscontro «neanche minimo», secondo Bilisari. Nemmeno quando viene fatto notare che dal 2007 il regime era cambiato e le aziende presentavano direttamente l'istanza (il numero era infatti crollato). Impossibile poi ipotizzare, secondo il giudice, che il 10 per cento delle pratiche possa far desumere l'esistenza di un comportamento generalizzato.
L'unica concessione di Bilisari è quella a favore dell'esistenza di una certa spregiudicatezza nella gestione delle pratiche, che «potrebbe però essersi limitata ad approfittare, in taluni casi, dell'ignoranza e pigrizia mentale dei vari iscritti, magari imponendo loro un servizio di scarsa qualità o dagli stessi non richiesto». Ma l'elevato numero di pratiche e l'esiguo numero di addetti delle associazioni non possono essere un elemento di prova per giustificare l'impossibilità di fornire servizi. E il coinvolgimento delle figure apicali (perché non avrebbero potuto non sapere) non ha fondamento. Mancano anche eventuali intercettazioni e le testimonianze degli impiegati delle unità locali, che avrebbero potuto fornire indicazioni sull'esistenza del «sistema». Il numero di visite inferiori alle 7 previste dalla normativa da parte dei tecnici, conclude, non può essere imputato ai responsabili delle associazioni. Da queste considerazioni, ecco il non luogo a procedere.
(p.s.)
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