Il dolore
Uccisa da una malattia a 33 anni
Ombretta Talocchini ha lottato fino alla fine contro la leucemia, due settimane fa era stata sottoposta a trapianto
GROSSETO. Sono l’incredulità e il dolore sordo ad aprirsi come le due ali di folla sulle scale della chiesa del Cottolengo mentre la bara di Ombretta scivolava dentro la chiesa. Il dolore di una famiglia piegata da una tragedia combattuta fin dalla sua prima manifestazione. Il dolore degli amici, l’impotenza di una città che si è potuta soltanto dare appuntamento su quelle panche della chiesa gremita per dare l’ultimo saluto a una donna di 33 anni che aveva il sorriso stampato in faccia e la voglia di farcela. Che fino a pochi giorni fa, fino a quando la malattia non ha preso il sopravvento su quella volontà di ferro, ha continuato a parlare con i suoi amici. A commentare anche quello che succedeva fuori dal reparto delle Scotte di Siena dove era stata ricoverata.
Ombretta Talocchini combatteva contro la leucemia. Le era stata diagnosticata nel 2009, poco tempo dopo essere tornata dal viaggio di nozze. A settembre aveva varcato il portone della chiesa di Talamone per dire sì a Riccardo. Lui era l’amore, era l’uomo con il quale Ombretta aveva scelto di vivere e di trasferirsi a Pisa, dove Riccardo lavora come ingegnere elettronico.
E anche lei si era rimboccata le maniche e aveva trovato un posto di lavoro, dopo la laurea in giurisprudenza.
«Fino a pochi giorni fa - racconta Stefano Fabbroni, amico d’infanzia della donna - ci scrivevamo, commentavamo insieme anche l’incidente probatorio della Concordia, parlavamo di Schettino». Cose normali, di quelle che si fanno tra amici, quando tutto va bene. Ma anche quando le cose non sono così come le vorremmo noi. Ombretta aveva attraversato già il suo calvario. Figlia di Giovanni, ingegnere che fino a tre anni fa ha lavorato in Provincia, la trentatreenne aveva scoperto di essere malata subito dopo essere tornata dal viaggio di nozze. Non si era persa d’animo, però: aveva cominciato a curarsi subito e con la sua forza insieme all’amore di Riccardo, dei suoi genitori e dei suoi amici, era riuscita a vincere la sua battaglia contro il male. E aveva ricominciato a stare bene, finchè la situazione, un anno e mezzo fa, è precipitata di nuovo. Ma Ombretta non aveva certo perso lo spirito che la sosteneva da tempo. Si era sottoposta a nuovi cicli di terapie fino al trapianto, quindici giorni fa, all’ospedale le Scotte di Siena.
La speranza di tornare alla sua vita normale non l’ha lasciata nemmeno dopo l’operazione, quando sono sorte alcune complicazioni. Lo sapeva Ombretta, che quella malattia non era facile da sconfiggere, ma c’erano gli amici e c’era la sua famiglia a darle sostegno. C’era l’amore e c’era Riccardo. «Insieme sono stati un paio di volte anche al nuovo stadio della Juventus - prosegue Stefano - lei era molto tifosa e l’ho sempre sentita raggiante, al ritorno dalle partite». Sportiva fin da piccola, Ombretta è stata una campioncina di tennis e ha giocato anche in serie C. Una passione, questa, ereditata da babbo Giovanni che l’ha accompagnata fino all’adolescenza. Poi ci sono stati gli studi, la laurea in Giurisprudenza e l’amore, quello per Riccardo. Ieri, alla chiesa del Cottolengo durante la messa don Giovanni ha voluto sottolineare la presenza delle persone che le sono state vicine in questo lungo calvario. «È brutto morire da soli - ha detto - ma Ombretta è morta circondata dall’amore dei suoi amici e della sua famiglia, non ha avuto bisogno di provare la sofferenza della solitudine».
Il sorriso raggiante di Ombretta ieri sembrava riflesso in quel sole quasi inopportuno che splendeva sul dolore composto e sordo di tutte le persone che avevano conosciuto la donna. Un sole che ha accompagnato l’ultimo viaggio di Ombretta verso il cimitero della Misericordia dove è stata sepolta insieme ai nonni.
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