Il Tirreno

Grosseto

«Tradita l’inchiesta pubblica»

di Emilio Guariglia
«Tradita l’inchiesta pubblica»

Sentenza choc del Consiglio di Stato sull’autorizzazione concessa un anno fa

4 MINUTI DI LETTURA





GROSSETO. Il 17 ottobre 2012 il Consiglio di Stato deposita la sentenza che boccia definitivamente le autorizzazioni concesse dalla Provincia di Grosseto all’incenerimento di rifiuti nell’impianto di Scarlino Energia; e ventiquattr’ore dopo, riunita nel palazzo della Provincia di Grosseto, la Conferenza dei Servizi dà il via libera all’incenerimento dei rifiuti nell’impianto di Scarlino Energia.

Nessun errore, nessuna forzatura delle regole: la sentenza del 17 ottobre annulla una procedura conclusa nel 2011, l’ok del 18 ottobre è il sigillo a una procedura tutta nuova, avviata nel 2012. Due storie, insomma, che formalmente nulla hanno a che vedere l’una con l’altra. Ma che (solo fatalità?) tornano a incrociarsi, piazzando una sorta di simbolico macigno già all’inizio del nuovo percorso battezzato ieri. Perché, assicurano quelli del no all’inceneritore – vincitori della prima battaglia – nella sentenza del Consiglio di Stato vi sono già tutti gli elementi perché i tribunali amministrativi boccino anche questa seconda autorizzazione. E forti di questa convinzione, hanno già pronti i nuovi ricorsi.

La sfida legale continua, insomma. E ai giudici il giudizio. Ma intanto resta agli archivi l’esito del primo braccio di ferro. Un esito inquietante. Perché il Consiglio di Stato, respingendo i ricorsi presentati dalla Provincia e da Scarlino Energia contro l’annullamento della prima autorizzazione deciso dal Tar della Toscana, conferma in pieno quella sentenza. E anzi, ne esplicita con motivazioni ancora più esplicite, la fondatezza.

Istruttoria carente. I giudici fiorentini, un anno fa, evidenziarono diverse lacune nell’istruttoria del procedimento. In termini semplici, per il Tar la Provincia concesse quella Via senza aver approfondito appieno tutti gli elementi tecnici necessari. Secondo Provincia e Scarlino Energia così facendo il Tar avrebbe compiuto valutazioni autonome e non di sua spettanza. Per il Consiglio di Stato, invece, quelle lacune sono chiaramente indicate già nei rapporti sui quali si basò l’ok della Provincia. Ma «lungi dal sollecitare l’ulteriore indispensabile attività istruttoria», queste lacune «hanno invece dato luogo alla previsione di appositi serrati monitoraggi, che da soli provano inconfutabilmente la carenza di istruttoria rispetto a un atto di fondamentale importanza quale è la Via».

Troppi controlli “dopo”. I giudici romani, dunque, pongono un problema “pesante”: affidare la sicurezza per l’ambiente e la salute ai controlli successivi, significa non avere acquisito la certezza preventiva di quella sicurezza in fase istruttoria. «L’elevato numero di prescrizioni imposte», così come «i serrati monitoraggi», rappresentano «un elemento sintomatico» proprio della lacunosa istruttoria «cui si è inteso inammissibilmente porre rimedio in sede di esercizio dell’impianto, così frustrando le finalità e la ratio delle disposizioni che impongono l’adeguata attività valutativa dell’ambiente in sede di Via». Dunque, chiosa la sentenza, il Tar della Toscana ha agito correttamente, rilevando «il cattivo uso del potere amministrativo esercitato, in quanto non supportato dalla giusta attività istruttoria prevista dalla legge».

Inceneritore o no? Il Tar della Toscana aveva anche dato ragione agli oppositori dell’impianto di Scarlino su un punto decisivo: quella “fabbrica” era partita, agli atti, come centrale elettrica da ammodernare, ed era diventata in corso d’opera inceneritore. Provincia e azienda contestavano, in appello, questa valutazione, ma il Consiglio di Stato l’ha invece ribadita. Aggiungendo anzi una chiosa: la Provincia, «appurata tale divergenza (che non è meramente formale), piuttosto che concludere il procedimento di Via, imponendo prescrizioni, avrebbe dovuto invitare la società proponente a precisare e specificare effettivamente il progetto presentato», se cioè fosse un ammodernamento o una trasformazione.

Inchiesta pubblica tradita. Ma le parole forse più inquietanti i giudici romani le usano a proposito della famosa “inchiesta pubblica”. Come si ricorderà, la stessa Provincia volle quella inchiesta, coinvolgendo tutti i soggetti pubblici e privati interessati: un “supertavolo tecnico” che avrebbe dovuto dire una volta per tutte se l’inceneritore andava autorizzato o no. L’inchiesta diede parere sfavorevole, ma la Provincia non accettò il verdetto: chiese un’ulteriore consulenza e autorizzò a tempi record l’avvio dell’impianto. Quel parere – scrive oggi il Consiglio di Stato – non poteva essere «considerato alla stregua di un semplice apporto conoscitivo, tanto più che con l’inchiesta pubblica non vengono in rilievo, e non sono oggetto di tutela, meri interessi privati». «Non è dato comprendere – scrive la Corte – in che modo sia stato possibile superare» quel parere sfavorevole. Se non con una decisione, conclude, «che in definitiva tradisce lo scopo e la funzione dell’inchiesta pubblica».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa