Il Tirreno

Grosseto

«Un errore svendere le Farmacie»

di Enrico Pizzi
«Un errore svendere le Farmacie»

Socialisti contro all’ipotesi di cessione completa: «E se dovesse succedere, siano tutelati i posti dei dipendenti»

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GROSSETO. Le farmacie comunali? Per il Psi grossetano sarebbe meglio non vendere, ma se si deve proprio vendere, allora che lo si faccia bene, e vincolando il ricavato a opere ben precise, che abbiano a che fare soprattutto con il sociale e gli investimenti. I socialisti esprimono, con il presidente Vladimiro Saudelli, apprezzamento per la pausa di riflessione imposta dal sindaco, dopo che la notizia, comunicata dagli assessori Mancini e Carosi, di una probabile vendita della stessa titolarità delle farmacie, aveva generato preoccupazione e malcontento tra i lavoratori e i sindacati. «Prima di parlare di farmacie – dice Saudelli – sistemiamo tutte le partecipazioni: perché non si fa un ragionamento sul campeggio? perché dobbiamo vendere la Farmacie comunali riunite, che è una società da tripla A, che ogni anno dà 450mila euro di utili, dà lavoro a 50 dipendenti, ha tutti gli indici economico-patrimoniali positivi e offre servizi che il privato non offre? E poi perché il Comune dovrebbe, come si legge nella bozza di delibera di indirizzo, vendere per conto dei soci privati anche la loro quota? Questa ipotesi – conclude – non ci è piaciuta affatto, non si capisce: il Comune dovrebbe limitarsi a vendere solo la propria quota». Il segretario provinciale Francesco Giorgi ricorda che già a luglio il Psi aveva «Rilasciato un documento che invitava la pubblica amministrazione e le forze politiche del Comune di Grosseto a intraprendere un percorso volto ad una completa revisione di spesa, insieme ad un vaglio effettivo dei beni insistenti nel patrimonio del Comune. Ciò significa – spiega Giorgi – che tale revisione non potesse e non possa prescindere preliminarmente dal cosiddetto taglio dei rami secchi, cioè di ciò che veramente non serve al Comune e ciò che non ha utilità sociale. In questa ottica si riconferma che è necessario, ad esempio, valorizzare i beni immobili inutili o inutilizzati e procedere quanto prima alla razionalizzazione delle partecipate. Tutto ciò prima di ragionare di eventuali cessioni di una società che, come già abbiamo fatto notare, è la più solida fra quelle partecipate dal Comune». Ma se proprio il Comune ritenesse necessario vendere la società Farmacie comunali riunite – si parla dunque di gestione, perché sulla vendita della titolarità ancora il Psi attende di valutare in concreto l'eventuale proposta – i socialisti grossetani pongono dei «paletti imprescindibili»: il primo è che «La società non deve essere “regalata” a soggetti privati, ciò significa che non può accettarsi quanto era trapelato della ipotesi originaria, ovvero che il comune vendesse solo il 31%, infatti in tale caso il Comune perderebbe il valore della cosiddetta golden share, con rilevante danno alle casse pubbliche e quindi ai cittadini tutti». Il secondo paletto è che «Vanno comunque tutelati i lavoratori, ad esempio con patti parasociali». Terso paletto, «Ogni eventuale ricavo di tale valorizzazione dovrà essere vincolato nel suo utilizzo, ad esempio nel sociale, per la tutela del lavoro, della casa e di chi in genere ha meno o è colpito particolarmente dalla crisi, o anche in pubblici investimenti, ma non dovrà in ogni caso aver solo valenza finanziaria, ad esempio imputando tale ricavo al ripiano di parte del debito».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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