Il Tirreno

Grosseto

“Toscana delle Culture” fa 20 anni

L’ideatore Zorcù: «Per il Festival scelsi l’Amiata come laboratorio di idee»

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AMIATA. Compie 20 anni il festival amiatino “Toscana delle Culture”che festeggia l’anniversario con dedica speciale ai giovani. La bacchetta magica di questo speciale gioco della cultura della montagna è, dopo 20 anni, ancora in mano a Giorgio Zorcù.

«La prima edizione di questo festival laboratorio fu precisamente nell’estate nel 1993. Anche quella, come adesso, segnava un momento di grande crisi. Economica, sociale, politica. Una condizione analoga a quella odierna. L’Amiata, in particolare, era culturalmente emarginata e la mia idea di dar vita ad un laboratorio di idee fu una vera sfida».

Ma cosa aveva in testa di fare?

«Volli creare un laboratorio giovane di teatro, musica e arti visive che durasse tutto l’anno e culminasse con 5 giorni di festival di arte teatrale. Il festival era solo la punta di un iceberg e il suo significato e obiettivo era quello di coinvolgere giovani e meno giovani attorno ad un grande progetto culturale che avesse il teatro come centro di eventi artistici vari».

Ma perché l’Amiata come location?

«L’Amiata è da sempre la mia terra del cuore, un luogo di meditazione e di misticismo. Trovai, allora, l’appoggio forte dell’assessore provinciale Capranica e detti vita alla prima edizione del festival, che anno dopo anno, mise radici solide. Abbiamo portato in Amiata artisti di fama internazionale, e, soprattutto, abbiamo contribuito a far conoscere all’esterno l’Amiata. Vuol dire che grazie a voi è cambiata l’immagine del territorio all’esterno?

«È così. Intanto il dato di fatto è che il Festival è la conclusione di processi culturali che durano tutto l’anno. Basti pensare che in questo ventennio è nata la stagione teatrale che fino ad allora non esisteva. Durante il corso dell’anno vi sono artisti che vanno nelle scuole e lavorano coi ragazzi in vari centri di lavoro, e in ogni luogo si lavora nel rispetto dell’identità di quel particolare territorio».

C’è stato un salto di qualità culturale, insomma.

«Le faccio un esempio. Quando facemmo il primo manifesto del festival, dovemmo andare a comporlo a Siena, perché non c’era uno studio in grado di farlo. Oggi da Siena e anche da altrove, vengono in Amiata per questi lavori. La mostra dei manifesti di questi 20 anni, sono un simbolo, insomma, che contiene una storia viva».

Fiora Bonelli

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